• Cadice, 15 settembre

    Le torri delle case di Cadice guardano l’oceano. Da lì, in passato, i mercanti spiavano il porto, le navi che andavano e venivano dal Nuovo Mondo. Oggi l’America è lontana, nelle strade contornate dalle palme e dalle case bianche con verande in ferro e nelle fortificazioni del Castillo de San Sebastián e del Castillo de Santa Catalina protese a difendere la città da un mare che ormai non porta più pericoli, e le scale modali del violoncellista sui gradini della Cattedrale hanno il sapore della musica tradizionale del Mediterraneo, parlano di Grecia, di Turchia, di Africa del Nord.

    Mentre incontro l’oceano per la prima volta in vita mia mi chiedo perché io sia qui. Io, figlio di un Adriatico la cui traversata appariva semplice nelle parole di mio padre – “Guarda il mare, Gabri, di là c’è la Croazia e un giorno ci andremo” – scopritore tardivo del Tirreno i cui mulinelli avevano spaventato mia madre nella sua infanzia. Ora mi trovo qui, di fronte a un mare che non ha confini, che non porta con sè la tranquillizzante nozione della vicinanza delle coste, che non è bacino ma oceano, che divide mondi. Forse non sono qui per comprendere ma solo per osservare, forse sono alla fine di un pellegrinaggio come i fedeli in cammino verso Santiago quando incontravano l’oceano a Finisterre. Ho ricercato la storia del Mediterraneo nelle strade d’Andalusia e qui a Cadice ne trovo la fine, in quell’Oceano che inghiotte tutto e su cui dal Cinquecento si spostò l’asse del commercio mondiale. E quindi mi fermo qui e guardo, come i mercanti di un tempo che scrutavano l’orizzonte attendendo il ritorno delle navi. L’Oceano non ha risposte.

  • Nell’odore d’inverno dei monasteri
    il venditore di sogni aveva trent’anni
    – di notte a S.Ambrogio dopo l’ultima birra
    Sartre cantava la libertà ai suoi occhiali sbiaditi
    e la vita era altrove come in un vecchio film
    e gli uomini comparse svogliate
    sedute sui gradini con un libro di poesie
    attendendo Borroughts di ritorno da Tangeri
    e un Dio distratto fuggito all’alba
    con i capelli scuri di una ballerina di samba.
    Aveva atteso per anni guardando partire le navi
    con un biglietto di sola andata ingiallito dal sole
    e forse aveva avuto un sogno
    inciso tra il labbro e l’occhio destro
    smarrito da tempo con i suoi giochi d’infanzia.
    Non gli rimaneva che la sabbia nelle scarpe
    raccolta sulla scogliera nelle pieghe di agosto
    e le immagini degli specchi restituivano soltanto
    una lieve vena di tristezza
    nell’increspatura dell’onda dell’ultimo mare.

    Nella solitudine delle piogge di luglio
    si affacciò alla finestra della biblioteca al secondo piano
    e annotò le vite degli uomini
    degli attori che ogni giorno recitavano a soggetto
    per un pubblico svogliato il loro vuoto di senso
    prima di impallidire in una sera di vento
    senza aver visto il mar Nero, la foce del Danubio
    senza essersi persi sulla via di Varna
    tesa tra l’arrivo di una donna dagli occhi azzurri
    e i troppi inganni annegati nei pomeriggi d’agosto.

    Il venditore di sogni scriveva e si chiedeva
    quale senso dare alle sere in cui le note lontane del suonatore di organetto
    parlavano di bambini sconfitti dai loro abiti da lavoro
    quale senso dare a lei, ai suoi capelli rossi affacciati sull’orizzonte
    che cercava e non trovava ogni notte sulla scogliera
    e un anno prima il suo volto
    era in una poesia scritta a Cadice
    e nelle parole di una canzone consumata troppo in fretta.
    Erano trascorsi i giorni
    in cui aveva velato l’estate di nostalgia
    e si era guardato vivere
    accusando il silenzio degli Dei.
    Ora annotava sulla polvere le esistenze degli altri
    e il fluire delle parole sul foglio ai margini del tempo
    non aveva altro significato che la sua inutilità
    e la voce si perdeva nel vuoto dei ricordi.

    Quando l’autunno bagnò le finestre della biblioteca
    infine si perse nell’ultimo racconto.
    Forse, dissero, non sentiva più dolore
    o forse, semplicemente
    in un pomeriggio di vento sulla scogliera
    era infine riuscito
    a dimenticare di esistere.

  • I don’t believe in an interventionist God

    (Nick Cave, Into my arms)

    Il cappotto grigio che camminava nella notte, oltre i riflessi delle vetrine di Via de’Cerretani, non aveva più nome né identità. Libero dai vestiti usati del giorno, dall’aria professionale dei pomeriggi d’inverno, egli aveva smesso di esistere in una profondità temporale e aveva iniziato ad essere unicamente in funzione di quel luogo, di quel momento e il passato e il futuro non c’erano più. L’uomo con il cappotto grigio aveva visto un film di Sorrentino agli Uffizi – parlava della sensazione di sentirsi postumi, di percepire che gli anni migliori sono ormai alle spalle e che ormai l’esistenza si trascina, giorno dopo giorno, fino a una morte che forse rappresenta l’unico evento degno di nota nel grigiore di quel continuare a esserci semplicemente per abitudine. Quella sensazione gli abiti buoni dell’uomo con il cappotto grigio l’avevano provata in altri tempi, in altri anni, quando ancora le spalle che li indossavano avevano un passato da rimpiangere e un futuro per riscattarsi, ma ora tutto appariva lontano – era, in fondo, un’altra storia e per l’uomo con il cappotto grigio colui che l’aveva vissuta era quasi un estraneo, un individuo da guardare in lontananza con la tenerezza che si accorda agli adolescenti che si promettono l’eternità. Per la figura che attraversava di fretta Piazza Santa Maria Novella quell’uomo aveva cessato di esistere da tempo – ora vi era solo quell’immagine grigia che non appariva che sullo sfondo delle foto dei turisti in Piazza Duomo, che esisteva solo per osservare e non più per interpretare un ruolo in quel gioco divenuto pericoloso che altri chiamavano vita. Lasciava tale incombenza ad altri – li chiamava gli attori – interpretavano a soggetto un ruolo che forse non era il loro, ma nessuno lo avrebbe mai detto. Forse alcuni di loro avevano il copione, sapevano il personaggio da interpretare, ma per quasi tutti gli altri la recita era composta solo di intuito e coraggio e l’uomo con il cappotto grigio aveva ormai troppa stanchezza per parteciparvi. Guardava i lineamenti delle olandesi che si appoggiavano sulla salita di Costa San Giorgio per riprendere fiato, annotava la sensazione invernale che gli dava la Certosa del Galluzzo in Aprile, immaginava sogni d’amore con la violoncellista della seconda fila – occhi azzurri, capelli scuri – che gli ricordava quella donna che gli aveva promesso di incontrarlo sulla scogliera e che aveva atteso invano.

    Scriveva tutto e forse non si ricordava più della sua esistenza, di poter essere visto da coloro che lo circondavano – credeva forse di essersi scolorito, negli anni che lo separavano dal momento in cui aveva deciso di smettere di raccontare la propria storia per cause che non conoscevo – alcuni parlavano di un lungo ricovero in clinica – depressione, forse – altri con meno fantasia di un amore finito male.

    Lo seguivo ogni sera nelle sue peregrinazioni, poi tornavo a casa e scrivevo di lui, dei luoghi in cui era andato, degli uomini di cui aveva scritto sui fogli che poi gettava fuori dalla finestra. Scrivevo il suo copione, la sua parte nella storia. Scrivevo di quella donna che aveva letto un suo racconto che le avevo prestato e aveva pianto, dell’uomo che aveva deciso di partire per Istanbul dopo aver letto una descrizione che somigliava molto a lui. Scrivevo di quel mese che avevo passato a ricercare coloro che raccontava e a dare loro il ritratto che ne aveva fatto. A ognuno di loro dava un significato, un sogno, una storia e tutti costoro si sentivano improvvisamente diversi, come se la successione caotica dei giorni assumesse infine una forma e ognuno sapesse che non era passato inosservato nel suo scorrere lungo le sponde affollate dell’esistenza, ma aveva rivestito un ruolo solo suo, che solo l’uomo con il cappotto grigio aveva saputo cogliere.

    Era l’ultimo giorno d’estate quando suonai alla sua porta. Volevo dargli il copione, dirgli che in fondo anche lui era un attore – certo, interpretava un ruolo raro, quello dell’uomo che cammina, che osserva e dà senso, ma era forse il ruolo più importante – il ruolo di Dio. Mi aprì la polizia. In una notte come tante, l’uomo con il cappotto grigio aveva infine dimenticato di esistere.

  • L’inverno non terminava. La pioggia sottile bagnava i sogni, le speranze di fuga e d’estate. Tanto tempo prima avevo letto Kerouac su una panchina, davanti al prato della scuola di musica, e richiudendo il libro avevo immaginato il giorno della partenza, in una mattina di luglio. Non c’era futuro, allora, e non nell’accezione nichilista che alla frase dava il caro vecchio Johnny Rotten nel 1977, ma perché il futuro si poteva ancora immaginare e l’immaginazione poteva avere, se non il potere, secondo quel vecchio slogan del Maggio francese, perlomeno il controllo di una vita che si poteva inventare senza regole. Ora bagnavo le pagine del davanzale con frammenti di versi che non avrebbero mai trovato una collocazione, con la mia passione per lo spleen, per un Weltschmerz forse più supposto che reale. Pensavo all’odore d’inverno dei monasteri, avvertito a marzo durante un concerto alla Certosa di Firenze, ai troppi scritti iniziati e mai finiti da lasciar ingiallire nel faldone sul comodino.

    Pensavo a Cechov, ai suoi personaggi che al termine della vita si rendono conto di aver sprecato tutto. Che in fondo l’esistenza non è stata altro che inseguire un sogno che non ha fatto altro che renderli più insoddisfatti e più consapevoli del loro fallimento. Avevano sperato in una qualche grandezza, si erano visti a Mosca o a Pietroburgo come le figure sullo sfondo di un libro di Tolstoj, persi in qualche ricevimento in cui si sarebbero innamorati di una ballerina di seconda fila che avrebbero poi tradito per noia quando le primavere sarebbero diventate troppe. Avevano sperato, ma eccoli lì, a sfiorire nella vastità della campagna russa, a vegliare la morte silenziosa dei loro sogni nutriti da troppi libri, a rendersi conto di aver visto passare la propria vita senza prendervi parte. E quindi Vanja si accorge che il professore per cui si è sacrificato, per cui ha speso i soldi che avrebbero potuto permettergli di condurre un’esistenza agiata, non è che un mediocre. Treplev, ancora giovane, deve prendere atto del suo fallimento come autore e perfino Trigorin, che un po’ di successo l’ha avuto, scherza dicendo che la sua lapide reciterà: “Qui giace Trigorin. Era un bravo scrittore, ma non all’altezza di un Turgenev” (Il gabbiano, Atto II). Sono personaggi che, per citare Masha all’inizio del Gabbiano, indossano “il lutto per la [propria] vita”, nutrono l’infelicità data dalla distanza tra i loro sogni giovanili e la realtà di una provincia che inghiotte ogni speranza nell’eterno ripetersi dei giorni sempre uguali.

    Alla periferia di un Impero le cui vette sono inaccessibili come le stanze interne del Castello di Kafka, che fin da bambini nutre le nostre aspirazioni e ci illude di poter recitare la parte del protagonista nelle commedie delle nostre esistenze, guardai le pagine del libro aperto sul tavolo e pensai che in fondo tutti, come Nina, ci rendiamo conto troppo tardi di recitare male e ci troviamo lì, in mezzo al palco, con la consapevolezza di non sapere dove mettere le mani, di non conoscere il testo da recitare, di non avere alcun potere sui personaggi che entrano ed escono dal palcoscenico senza alcuna ragione. Di non controllare la voce. Nina dice alla fine del Gabbiano: “Non potete capire la condizione di chi sente che sta recitando in modo orrendo”. Invece, forse, possiamo capirlo. Perché improvvisiamo il nostro ruolo su un palco spoglio e progressivamente ci accorgiamo che ci hanno dato il copione sbagliato.

    Chiusi il libro – aveva ragione Trigorin, in fondo nessuno può sapere prima di mettersi a scrivere se ripeterà i soliti cliché o se diventerà Turgenev, pensai. Mi misi al tavolo e, alla periferia dell’Impero, ricominciai a stendere il copione della mia esistenza.

  • Flussi di maggio

    La sera il vento cala e la stanchezza del sole sulle pareti delle case che un tempo mi sembravano appartenere a una California in minore fa presagire l’estate. De Gregori canta di bambini al secondo piano, mamma cucina e la vita è cambiata, per uno di quei cambiamenti insensibili di cui ti accorgi solo quando torna maggio e non sei più quello di un anno prima e quasi non sai perché. C’erano anni in cui mi lasciavo esistere, in cui l’immobilità mi sembrava l’unico modo per sopravvivere alla fine di un’adolescenza mai sufficientemente rimpianta, ora tutto scorre così velocemente che quasi non riesco ad identificarmi con il volto di ciò che divento con il passare delle stagioni. A maggio, due anni fa, ritrovavo i miei diciassette anni nelle strade del centro di Prato – ed erano i giorni della scoperta, tutto era di nuovo incorrotto come era stato tanto tempo prima, in cui alla vita si poteva dare un nome ogni giorno e anche la noia e la ripetizione avevano un loro senso quasi bohémien e non erano l’inevitabile destino di chi ha imparato, come canta Guccini, a sopravvivere a se stesso. A maggio, un anno fa, suonavo la Settima di Beethoven e l’amore sembrava così vicino e l’estate una di quelle estati interminabili dei giorni della scuola, in cui l’unico obiettivo era leggere Dostoevskij e correre dietro agli occhi di una donna che non ci avrebbe mai guardato, ma che avremmo immaginato a lungo.

    Oggi ascolto De Gregori che canta di bambini al secondo piano, porto mio padre a teatro e ascolto le vite degli altri, cercando di dare loro un senso. Nella sera di maggio, mentre l’estate fiorentina sembra assorbita dal gelo di un novembre tardivo, mi affaccio alla finestra e canto sottovoce. Non riesco a dare un significato a questa primavera dei miei ventott’anni. Eppure, per la prima volta nella mia vita, non è poi così importante.

  • Infine tornò la nebbia.
    Ti cercavo nelle stanze degli hotel ai confini del mondo
    tra il vento malinconico dell’ultimo autunno
    e l’aria nuova della primavera
    ancora colma di sogni da perdere.
    Un tempo, nelle vie di Milano
    Dicembre ci aveva atteso in piedi con il tuo cappotto grigio
    – gli uomini con la sciarpa scivolavano quieti verso un altro Natale
    e tu avevi lasciato sul tavolo un foglio, una penna
    una cartella nera in pelle
    perché potessi narrare al silenzio
    l’enigma dei tuoi occhi nei pomeriggi di gennaio.
    Ora il prete passa alle sei e non ha risposta
    mi sussurra un “perché?” nella penombra della stanza
    e Dio non esiste
    oppure non sa.

    Ci siamo incontrati sulla via dell’agave
    sulle strade che conducevano al ricordo
    dei nostri diciassette anni venuti troppo presto
    – gli atomi che cadevano non si incontrarono allora
    e Democrito sorrise delle nostre illusioni
    delle fantasie al tramonto sul mare di Liguria
    – “Se ci fossimo conosciuti in quella piega del tempo
    avremmo avuto il mondo nel palmo della mano
    quando l’estate era infinita e ci avrebbe inghiottito
    per condurci lontano.”

    Ti cerco e non ti trovo sulle scale di ieri
    svanita nel tuo esilio bohémien
    nei tuoi cabaret berlinesi in bianco e nero
    avvolta dal fumo come l’ombra di Marlene
    nei miei cliché stantii da inventore di mondi.
    Nella stanza rimangono come sempre
    i frammenti dei sogni che mi hai lasciato
    un libro, una penna, una cartella in pelle.
    Attendo che la porta si dischiuda di nuovo
    e che Ulisse torni dal suo eterno vagare
    con nuovi racconti, una valigia di tela
    e in una piega del mantello scolorito dal tempo
    le pagine azzurre
    della grammatica della felicità.

  • E forse era già novembre quando Nausicaa si innamorò di Ulisse. Lo ascoltava parlare, seduto vicino alla finestra rivolta verso il mare lontano e fissandolo negli occhi scuri scopriva il riflesso del proprio volto silenzioso, il proprio sguardo spalancato sulle spiagge costruite dai suoi racconti, sui capelli delle donne da cui era fuggito nell’inquieto errare dei suoi anni di esilio. Si innamorò di lui, ma non volle dirglielo. In fondo, pensava rientrando nella sua stanza sopra la scalinata, piena di vecchi manifesti di film dimenticati, visti nella nostalgia della sua prima adolescenza, non si doveva rischiare di infrangere con la forza dei sentimenti la perfezione di quelle sere in cui lei stava al suo fianco e lui disegnava terre lontane in cui era stato o forse no, era tutto un’invenzione, questo lei non lo poteva dire. E dunque si limitava a fissarlo, credendo forse nella trasparenza del suo sguardo, nella possibilità che i frammenti di luce che si posavano sul suo corpo provenienti dalle candele quasi spente dal vento d’autunno potessero sottrarle il suo segreto e farlo penetrare lentamente nel suo interlocutore, rendendo l’amore un dato di fatto, una necessità anche per lui senza il rischio che i loro dialoghi notturni si disgregassero per l’impossibilità di un sentimento non ricambiato.

    Lei all’epoca cantava al “Rick’s bar”, il locale di un comunista cinefilo in cui campeggiavano pressoché ovunque immagini di Bogart. Lui stava al porto e guardava le navi partire; ne salpavano molte, ogni giorno, ma nessuna era la sua. Non sapeva se la sua nave sarebbe mai partita; forse non sapeva nemmeno che aspetto avesse. Non era necessario che andasse a Itaca – molte imbarcazioni dirette a Itaca erano salpate dal porto negli anni in cui lo straniero venuto da est era rimasto a scrutare il mare, ma lui non le aveva mai prese. “Non è il tempo di tornare a casa.” aveva detto e così attendeva la destinazione inattesa, che gli facesse nuovamente desiderare la partenza. Nel frattempo si incontrava con lei – entrava nel bar di Ghiannis prima che facesse buio e rimaneva là a bere e a guardare le donne. Diceva che gli piaceva immaginare le storie delle sconosciute che apparivano e svanivano, pensare che avrebbero potuto sedersi al suo tavolo e poi uscire con lui per intraprendere il viaggio che attendeva da tempo e si sarebbero persi nella folla di San Giorgio di Maggio a Saintes-Maries-de-la-Mer o avrebbero guardato stupiti la notte scendere sulla Piazza Grande di Montepulciano. In fondo, però, era quasi sollevato quando le vedeva svanire, quando la possibilità del loro incontro, della necessità di confermare le sue fantasie, veniva meno e preferiva cullare il rimpianto della rinuncia alla disillusione della realtà.

    Nausicaa cantava. Le avevano detto un tempo che aveva la voce matura di Maria Dimitriadi; di certo ne condivideva la fede anarchica e una certa quota del repertorio e quando cantava “Aftoús tous écho varetheí”, adattamento di Mikroutsikos di un testo di Wolf Biermann, ad alcuni tornava in mente piazza Syntagma che cantava “Bella ciao” per il No al Referendum, quando ancora speravano in un cambiamento possibile. I vecchi attendevano il giorno ascoltandola e poi andavano a dormire, perché in fondo odiavano il levarsi del sole sulle rovine del mondo di ieri, sul mondo che avevano costruito dopo la fine della dittatura e che era crollato dopo l’inizio della crisi. Ulisse taceva e la guardava, poi a fine serata uscivano insieme e le parlava dei suoi viaggi. A volte, mentre fissava per ore quegli occhi azzurri che non riusciva a capire, che non riusciva a spiegare, quegli occhi azzurri che aveva inseguito in un’estate di fronte al mare sperando di trovarvi una ragione, un frammento di verità o di amore, quegli occhi azzurri che guardavano sempre un po’ più lontano, nella malinconia di un passato perduto, riusciva a non sentirla vicina, a immaginarla come le altre passanti, nella lontananza che permette di inventare, e gli sembrava desiderabile come quando gli era apparsa per la prima volta, nell’alba dopo il naufragio, quando le aveva detto che sembrava un bocciolo di palma e lei l’aveva preso per mano per condurlo alla dimora di suo padre, l’orologiaio che si diceva che fosse stato un re, negli anni in cui ancora il tempo scorreva e le macerie della vecchia piazza ospitavano le assemblee e dal porto si partiva e si arrivava con gioia e non con la quieta rassegnazione del fallimento. Ora gli uomini per strada non avevano espressione, trascinavano i piedi in un passato che sbiadiva sempre di più nel grigiore di un presente moribondo e non si raccontavano più, non ascoltavano più, e le storie di ciascuno rimanevano chiuse nella sua solitudine, perché ognuno aveva il suo dolore e non poteva contaminarsi con la sofferenza degli altri.

    Solo la figlia dell’antico re estraeva racconti dal dolore dei pomeriggi immobili, li estraeva e li conduceva con sé – taluni divenivano canzoni, altri venivano narrati agli occhi scuri di Ulisse, altri ancora si trasformavano nel nero di cui dipingeva le mura della città in certe notti di luna, perché l’isola rimanesse in lutto finché ogni sofferenza non fosse stata lenita. La pioggia portava via il colore e lei dipingeva di nuovo, perché ognuno guardando le pietre macchiate si sentisse meno solo. Il dolore di ciascuno era il dolore della città, dicevano le nere figure che coprivano le mura e ognuno vi ritrovava la propria storia e pensava che dipingendo Nausicaa avesse pensato proprio a lui.

    E forse era già novembre quando Nausicaa e Ulisse uscirono dalla città che si addormentava all’alba e andarono a immergersi nella visione del mare d’inverno. Un tempo, quel mare era familiare; ella era bambina e le onde nelle mattine d’estate si infrangevano contro un eterno presente in cui era possibile giocare alla vita senza farsi male, in cui il futuro non esisteva e l’infanzia non sarebbe mai finita. Allora sapeva che gli adulti non erano mai stati bambini e solo per questo non sapevano sognare e non immaginava il lento svanire dei mostri marini visti in lontananza nei giorni di un’adolescenza in cui ogni frammento di un’infanzia ancora prossima doveva essere rigettato e distrutto. Allora suo padre era re e lei sarebbe stata regina, un giorno, e alla sera sulla spiaggia si suonava jazz e così sarebbe stato per sempre. Ora il vecchio orologiaio non poteva più regnare sulla città di morti ed era stato condannato a occuparsi del tempo, di quel tempo che ognuno entro le mura tinte di nero voleva riportare indietro e che invece egli misurava perché andasse avanti, sempre più avanti, verso la fine, verso un futuro che non esisteva più. Nausicaa sapeva che non sarebbe mai stata regina e il mare non era più familiare; non voleva più tornare ad esso, specchiarvisi nei giorni d’estate, voleva semplicemente prendere una nave per andare via, verso il Nord o verso le isole a Sud, e tornare a quelle acque solo per rimpiangere il suo volto di bambina sempre più deformato dai giorni e dalla lontananza.

    “Sai – le disse Ulisse – oggi mi sono guardato allo specchio e non mi sono riconosciuto. Per molti anni, vagando da un’isola all’altra, da un porto all’altro, credevo di essere sempre lo stesso uomo. Ero l’eroe che tornava in patria e sognavo Penelope e il giorno in cui l’avrei riabbracciata. Mi trovavo al confine tra il passato e il futuro, tra la felicità del ricordo dei giorni in cui ancora la guerra era lontana e ancora riuscivo a ricordare la voce di Penelope nei brevi momenti in cui non potevo camminarle al fianco e la speranza del mattino in cui avrei fatto ritorno e di nuovo avrei recuperato la vita che avevo smarrito a vent’anni, quando mi finsi pazzo e fui ingannato da Palamede per partire per una guerra inutile. Ero sospeso tra un passato perduto e un futuro in cui avrei recuperato l’uomo che ero stato e il presente non aveva senso se non per il tentativo di tornare agli ultimi giorni della mia giovinezza, come se fosse possibile far tornare indietro il tempo e cancellare questi anni di dolore, di morte, di sofferenza. Ora sono qui. Potrei tornare a casa, il traghetto per Itaca parte ogni giorno alle dieci, ma perché dovrei farlo? Penelope, probabilmente, non mi ha aspettato; si sarà sposata e al mio ritorno dovrei ascoltare le solite giustificazioni confuse. “La ragion di Stato – diranno – credevamo che fossi morto.”

    Quando vivevo a Ogigia, da Calipso, andavo ogni mattina sulla spiaggia che dà a est, che profumava di nostalgia proprio come questa. Un tempo il mare mi parlava, mi raccontava storie di luoghi lontani, mi spingeva a partire. In quei giorni anche l’antica inquietudine sembrava spenta. Calipso non parlava molto; aveva gli occhi scuri delusi da troppi marinai, arrivavano là, le promettevano di rimanere, lei forse si innamorava di loro, ma poi ripartivano sempre e rimaneva sola senza sapere bene se sarebbero mai tornati. Avevamo deciso di farci compagnia con le nostre solitudini, non ci amavamo, ma in fondo cosa importava? Sarebbe importato se l’amore avesse un ruolo, se funzionasse come nei libri che leggevo da ragazzo in cui lui si innamorava di lei e tutto alla fine andava come doveva andare, ma la vita ci insegna altro, ci insegna che si sta insieme per noia, per paura della solitudine, perché è troppo difficile lasciarsi e ci si può forse anche odiare e non volersi separare. Noi, in fondo, avevamo un legame più profondo di molti altri. Eravamo due persone ferite. Eravamo due persone a cui era stato promesso e non mantenuto. Lei aveva avuto le sue delusioni, i suoi marinai da rimpiangere in mille sere giù al porto, io una giovinezza perduta per l’illusione della gloria, per l’inganno che mi fu teso in un pomeriggio d’agosto. Dicevano che la guerra sarebbe durata poco. “Aspetta, Menelao – dicevo io – Passeranno gli anni ed Elena sfiorirà. Paride si stancherà di lei, la rimanderà a casa. Oppure sarà lei a voler tornare, stufa delle troppe mattine passate a svegliarsi accanto a lui e a temere un tradimento con la cameriera diciottenne.” Ma Menelao era un idealista. Credeva che l’amore durasse per sempre, forse, e che quindi solo l’esercito avrebbe potuto ricondurre sua moglie a Sparta. A vent’anni, quando partii, forse avrei potuto anche pensarla come lui.

    Non rimasi con Calipso. Gli Dei mi imposero di ripartire. Ora sono qui, sono qui con te e non voglio tornare a Itaca. Voglio trovare una nave su cui condurre i tuoi occhi azzurri, su cui permettere alla mia inquietudine di unirsi alla tua per cercare altrove altre storie da raccontare. Sorridi – probabilmente pensi al vecchio soldato divenuto sensibile ai sentimenti, ma vedi, alla fine che senso avrebbe ripartire per recuperare una vita che non mi appartiene più? Ci siamo raccontati le nostre esistenze, abbiamo condiviso le sere d’autunno, forse ci siamo innamorati – non so cosa significhi questa parola, è passato tanto tempo – e dunque è forse tempo che rinunci al passato per il presente e all’illusione di una donna di cui non ricordo più la voce per i tuoi silenzi quando mi ascolti sulle rive del mare.”

    “Mio padre non dorme mai – rispose Nausicaa – utilizza ogni momento per cercare di riparare il tempo, quel tempo che si è irrimediabilmente danneggiato in quel giorno lontano in cui finì il suo regno e qualcosa si bloccò e ci privò del futuro. Ha ricreato un piccolo universo con gli ingranaggi degli orologi e cerca di capire come tutto possa tornare come prima, come tutto possa tornare a scorrere. Ma io non voglio che tutto torni come prima. In quegli anni vivevo chiusa nella grande casa nella Piazza Grande, senza mai uscire a vedere il mondo. Gli uomini erano figure lontane che intravedevo oltre le tende nei giorni di festa, le storie che leggevo erano solo quelle dei libri, dei rari libri che erano ritenuti utili per la mia formazione culturale. Quando tutto finì, abbandonammo quella casa e io iniziai a conoscere la città. Passavo le mie giornate a cercare di scoprire nuove vie; entravo nei negozi e rimanevo stupita nello scrutare i volti, tutti così diversi da quelle poche facce che potevo vedere nei giorni in cui vivevo a palazzo. Chiedevo a ognuno la sua storia e ognuno mi raccontava il suo dolore. Scoprii che era molto più interessante di ciò che potevo leggere nei libri. Poi ho conosciuto te, venuto dal mare in un giorno lontano, e avevi tante storie da raccontare, tanti luoghi che mi sembrava quasi di vedere dalle tue descrizioni, tante esistenze che avevi incrociato e che mi sapevi ricostruire, da Filottete, con la sua ferita putrefatta, a Achille, che preferì la gloria ad una vita lunga e se ne pentì. Quando ti sentii parlare, capii che volevo avere i tuoi occhi vicini nella mia scoperta del mondo e che non mi interessava l’imperfezione di ciò che mi circondava, perché nel mondo perfetto immaginato da mio padre non avrei potuto vedere ciò che desideravo, mentre ora posso scrutare, posso ascoltare, posso scoprire. Ho comprato due biglietti per il primo traghetto del mattino. Partiremo insieme, se vorrai”.

    Si allontanarono nell’alba. Il porto era poco lontano. Nella sua bottega al piano terra, l’orologiaio cercava l’ingranaggio che avrebbe reso il mondo di nuovo perfetto. La vernice che Nausicaa aveva gettato sulle vecchie mura stava sbiadendo. Quando scomparve definitivamente, due mesi dopo, nessuno si ricordò più della figlia del re, né delle prime pagine dei giornali del mattino che, in un giorno freddo non molto lontano, ne avevano denunciato la fuga.

  • Novembre 2018

    Metto su Tom Waits ed è tornato Novembre. Martha parla delle vite che smarriamo, della sottile demarcazione tra la felicità e il dolore e di come dopo quarant’anni si possa rimpiangere un amore di giovinezza, quando non c’erano domani e si nascondevano le sofferenze per i giorni di pioggia. Penso agli anni dei miei rimpianti – la vita era sempre altrove, in un passato idealizzato dove ero riuscito ad essere pienamente l’uomo che desideravo o nelle possibilità inespresse dello sguardo di una passante incrociato una domenica pomeriggio e poi subito smarrito nell’incostanza della folla – e, specchiandomi nella pioggia di questi giorni umidi, mi rendo conto di non riconoscere il volto che avevo allora nelle mie fattezze attuali.

    Ieri al gabinetto Viesseux parlavano di Musil, autore da me ingiustamente trascurato nei giorni ormai lontani della mia formazione. Del resto a diciott’anni leggevo i russi e Stendhal e il tentativo fallito di affrontare La montagna magica di Mann mi aveva allontanato definitivamente dalla letteratura di lingua tedesca, fatta eccezione per Kafka. Solo molti anni dopo sarei sceso a patti con quella sensazione sgradevole: scoprii Werfel e Zweig, la loro nostalgia dell’Austria felix così simile al mio desiderio di tornare ad un’età d’oro probabilmente mai esistita, e mi sentii quasi a casa nei loro romanzi, nei loro personaggi costantemente sospesi tra una realtà insoddisfacente e il rimpianto di un passato in cui tutto era intero e incorrotto, in cui gli uomini lavoravano per godere della propria vita e non per accumulare, a differenza del modello capitalistico inglese, e in cui potevano abitare figure come Theodor Billroth,chirurgo svogliato e musicista di talento, amico di Brahms nella Vienna di fine Ottocento, o come Alfred Schnitzler, che lavorò come medico fino alla morte del padre, per poi dedicarsi unicamente alla carriera di drammaturgo. Werfel e Zweig cantavano un mondo in cui non si limitava la propria esistenza, in cui gli uomini sapevano che non vi erano verità assolute e che il tempo che ci è dato è poco e dunque tanto valeva utilizzarlo per ricercare la bellezza nell’arte e nella musica, pur non abbandonando la propria serenità borghese. Parlavano di quel mondo e io mi sentivo a casa, senza rendermi conto che era solo un’idealizzazione, era la malinconia dei figli della guerra catapultati in un’Europa senza centro che scivolava rapidamente verso il totalitarismo che cercavano un equilibrio nel ricordo, nel rimpianto, nella certezza che in altri tempi si era stati bene in modo assoluto, senza ombre, che in altri tempi era stato possibile vivere.

    Musil aveva anch’egli, forse, come osserva Magris in Danubio, un qualche rimpianto per quell’Impero asburgico che soprannominava Cacania, dalle iniziali K.U.K. (kaiserlich und königlich) che indicavano le istituzioni pubbliche comuni austriache e ungheresi durante il regno di Francesco Giuseppe, ma manteneva sempre una certa ironia dissacrante nei confronti del mondo del tempo. Forse, riusciva a non farsi imprigionare dalla trappola dell’idealizzazione e sapeva che in fondo gli anni che passano non ci separano da un Eden perduto e che pensarlo è solo la ricerca di un facile rifugio dalle difficoltà della quotidianità. O forse aveva un’idea semplice dell’Impero, quell’idea che Magris stesso esprime, di un luogo senza assoluti,di un luogo in cui non vi era un’adesione totale a un modello e il rigetto di tutto ciò che non vi rientrava, ma dominava una necessaria visione di apertura,di disponibilità, una necessaria capacità di ascoltare gli uomini e le loro storie, prima che l’incedere inumano delle idee. Ed è forse quasi ovvio che la memoria, mi riconduca al discorso di Tsipras prima del referendum del 2015. Parlava della democrazia come una festa, del popolo greco che si stava ribellando, del governo di sinistra che era diverso dagli altri perché non si piegava alla Troika. È quasi agghiacciante ascoltarlo oggi, oggi che sappiamo. Oggi che sappiamo che quella folla in piazza vinse il referendum, oggi che sappiamo che nonostante questo la Troika impose le proprie condizioni e fece continuare senza grossi problemi il programma di austerity. Oggi che sappiamo che la democrazia non aveva vinto in Grecia, ma avevano vinto i burocrati che avevano imposto i loro assoluti al di sopra del benessere di un popolo i cui pensionati si suicidavano nelle piazze, in cui i malati smettevano di curarsi perché non potevano pagarsi le cure. I burocrati che non avevano saputo ascoltare le storie, perché in fondo aderivano alla visione britannica criticata da Werfel per cui lavorare non serviva per vivere, ma per far funzionare la divinità invisibile del Capitalismo, quasi che essa richiedesse,come certi idoli condannati dal Dio della Bibbia, il sangue umano per potersi alimentare.

    Ma non è questo che mi colpisce, di quanto ho ascoltato sull’autore dell’“Uomo senza qualità”. Musil, dicevano ieri, non credeva nella permanenza dell’io. La persona che sono oggi non coincide con quella che ero ieri, diceva, e solo l’apparenza che mi rende agli occhi degli altri continuo con l’uomo che ero un giorno o un mese fa permette a ciascuno di dire che ero effettivamente io ad essermi comportato in un certo modo in altri tempi, a porre in connessione i volti che ho avuto per tracciare una storia comune. Musil si spingeva anche più in là, chiedendosi se un uomo potesse essere ritenuto responsabile per ciò che aveva compiuto tempo prima. Era un altro io ad aver commesso tali atti, era un’altra persona, un altro insieme di sentimenti caotici sul palcoscenico del pensiero e niente lasciava supporre che l’ammasso confuso di emozioni di oggi potesse in qualche modo essere correlato a quello di ieri.

    Sicuramente il pensiero di Musil era radicale, troppo radicale, eppure mi spinge a guardarmi nelle pozzanghere di questo novembre piovoso e a non riconoscermi. A leggere la mia storia e a stupirmi di non vedere più il mio volto in quell’insieme di rappresentazioni che in altri tempi ritenevo fossero inscindibili dal mio io. Lo sguardo nello specchio ha il calore dei giorni di esplorazione della mia adolescenza e la consapevolezza di un’età adulta ormai accettata e ha perso la disillusione della senilità precoce degli anni bui, in cui tutto svaniva senza lasciare traccia. Un anno fa scrivevo di non riconoscermi nelle cicatrici di ieri. Oggi quel sentimento è ancora più forte.

  • Indossando il suo cappotto grigio salutò cerimoniosamente
    – fuori, la pioggia usata di dicembre
    disegnava nei rivoli grigiastri del marciapiede
    il labile confine tra la felicità
    e un dolore da custodire nel gelo dell’inverno
    quando sul margine delle sue possibilità sprecate
    avrebbe sognato le vite smarrite nella sua esistenza di spettatore
    della lenta discesa delle donne al binario 2 del tram nei pomeriggi d’estate.
    E i libri lo avevano illuso
    – aveva creduto forse
    di poter inseguire un frammento di bellezza
    nell’ovatta dei giorni di una giovinezza sfiorita
    ma i poeti ingannano e le mattine rarefatte di novembre
    hanno la concretezza greve della tristezza
    e gli occhi delle passanti fissavano altri silenzi
    senza lasciare che un’increspatura
    nella trama elettrica della fantasia.

    Nelle vestigia del giorno camminò piano come un tempo
    quando vegliava i cadaveri di dieci anni di guerra
    e il cavallo non era stato ingegno ma stanchezza
    l’infinita stanchezza di inseguire
    la giovinezza di Elena svanita dietro le mura antiche
    l’orgoglio inutile di Menelao riflesso negli occhi vuoti dei soldati
    per sempre fissi nel tramonto sul Bosforo.

    Quella notte Nausicaa gli apparve di cristallo
    – il suo amore in trasparenza
    sui cuscini rossi della sua stanza al primo piano
    piena di manifesti e di racconti di viaggi
    aveva la compiuta gioia dei sogni dell’alba
    quando torni ad assopirti e ignori ogni timore
    e la felicità è un gioco semplice e l’esistenza un inganno.
    La guardò negli occhi
    in quella sera di stanze infrante contro la disillusione del gelo
    – la figlia dell’orologiaio usciva dalla porta dei suoi ventitrè anni
    e colorava le mura della città con la sofferenza degli uomini
    imprigionati tra le rovine di un futuro smarrito.
    Era stata regina, dicevano, un tempo
    quando le voci lontane nelle sere di festa
    dipingevano i giorni ancora da esplorare
    e la strada perduta in fondo alla pianura
    riconduceva agli inganni di un’infanzia incompiuta
    ai sogni di vetro ricolmi di luce
    con cui proteggersi dal gelo di gennaio
    quando fosse tornato di nuovo l’inverno.

    Ora solo l’orologiaio contava i minuti
    nel silenzio beffardo di una bottega di periferia
    e nessuno entrava più per chiedergli
    di misurare la distanza che lo separava dagli anni
    in cui avrebbe preso la via del Sud
    per incrociare l’assenza che aveva desiderato essere
    sotto la luce dei lampioni all’inizio della primavera.
    E forse voleva riparare il tempo
    l’orologiaio con i grandi baffi che era stato re
    il tempo distrutto in quel mattino d’estate
    in cui i giorni da vivere erano stati rubati
    da un commerciante di ombre venuto dal nord.
    E forse voleva riparare il tempo
    nel suo presente di molle e viti unte
    di ingranaggi che riproducevano l’esattezza dell’universo
    senza saper inventare il caos di Dio.
    Gli uomini oltre il vetro sapevano già le sue storie
    e passavano senza fermarsi toccandosi il cappello
    – lui ascoltava il passato nei vecchi dischi
    e immaginava lo straniero inventore di isole
    sbattuto sulla spiaggia da una guerra lontana
    e Nausicaa, i suoi vent’anni novembrini,
    il suo sorriso sul volto sbiadito dal vento.

    Lo straniero e la figlia dell’orologiaio
    si sedettero infine sulla riva del mare
    e osservarono il punto in cui la realtà si fa ricordo
    e la familiarità dei luoghi consumati dai passi
    un rimpianto scolorito nelle sere di abbandono.
    Forse Ulisse le disse di amarla
    o forse le prese soltanto la mano
    e le sfiorò la guancia con il segreto dei suoi racconti
    di viaggiatori inquieti che salivano in fretta sull’ultimo traghetto
    senza mai affacciarsi sul ponte
    nella luce rosata del tramonto
    per salutare un’ultima volta.

    Dicono che all’alba fossero già lontani
    – l’orizzonte mostrava il profilo di isole perdute
    di cui nessuno conosceva il nome –
    e la loro nave non fu vista mai più
    persa ad inseguire il loro sogno d’Oceano.
    La vernice sbiadì e tutti dimenticarono
    quelle sere d’inverno in cui negli occhi azzurri di Nausicaa
    avevano ascoltato il riflesso delle loro vite
    e forse
    avevano sperato ancora
    che tornasse l’estate.

  • Rimaniamo qui
    sul ponte della nave, sotto il vento della sera
    di questa estate senescente
    in cui i nostri desideri sembrano emergere
    dall’indistinta caligine dei sogni.
    Rimaniamo qui.
    Un altro respiro e poi il tempo svanirà nella notte
    rimarrà immobile ad ascoltare le storie inquiete dei tuoi capelli scuri
    ad avvolgerci nel vestito di silenzio dei tuoi occhi azzurri.

    Un altro respiro e poi guardami, guardami ancora.
    Guardami come mi scrutavi al risveglio
    in quel mattino di Ottobre
    in cui le immagini velate dell’ultimo sonno
    sostarono curiose sulla terrazza rivolta a Sud
    per carezzare i nostri volti nella sorpresa dell’alba
    prima di fuggire lontano verso il golfo all’orizzonte.
    Mi osservasti
    come si scrutano le isole al largo dall’ultimo traghetto
    come si guardano le vite in trasparenza
    oltre le tende delle finestre illuminate.
    Mi osservasti per inventarmi, per immaginarmi
    per amare la strana concretezza delle mie mani
    abbandonate al segreto della tua realtà.
    Guardami come allora, nella luce fioca del mio canto per la tua schiena assorta
    in questo presente di letti disfatti nella notte estenuata
    – io inseguirò il bagliore che nascondi ai viaggiatori distratti
    l’angolo della tua bellezza in cui, in un pomeriggio di dicembre
    nelle pieghe del tuo essere riconoscerò i sussurri
    che mi donasti il giorno in cui tornarono le piogge
    perché non mi spaventassero le minacce del vento.

    Non temere l’arrivo,
    il porto che ci inghiottirà con la malinconia degli addii
    – i giorni evaporeranno, i minuti si smarriranno in questa risacca dell’universo
    e ci abbandoneranno qui, alla deriva, in un vuoto di senso
    a raccontare il mare nascosto nell’oscurità.
    Non avere paura.
    Ti narrerò di tempi lontani
    in cui dell’esistenza non rimanevano
    che vetri infranti da rimpiangere nel rumore delle onde
    alla finestra della mia adolescenza, in una casa sul mare.
    Allora, l’increspatura delle labbra di una passante mi sembrava un sorriso
    e la felicità era l’ombra di un sogno smarrito
    perduto nei passi sfuggenti di un’altra illusione.
    Ti narrerò delle sere delle tue partenze
    quando svanivi nel buio lasciandomi in pegno
    il tuo melograno di ricordi, di parole rimandate
    di immagini riposte vicino al tavolo del soggiorno
    per essere custodite per il mistero del tuo ritorno.

    Attraverseremo i confini di questa notte polverosa
    intravista oltre i finestrini appannati delle nostre indecisioni
    del sonno di cui rivestiamo le prime storie del mattino
    del nostro ondeggiare frenetico di bambini
    ai bordi dell’oceano dei nostri sentimenti
    fino all’inevitabile istinto del tuffo.
    Ci immergeremo nel turchese di questo mare, in un altro maggio
    e laveremo via l’oscurità dai nostri corpi autunnali.
    Racconteremo il nostro amore alle nubi del meriggio
    e rimarremo qui, nell’abito chiaro dei nostri vent’anni
    a cullare la malinconia del nostro desiderio di partenza
    in una fuga al tramonto al di là della scogliera.

    E infine
    fissando gli occhi nei nostri occhi di viandanti
    che immaginano il porto nell’infanzia della sera
    conteremo gli eterni chicchi di riso dei giorni
    in cui ci abbandoneremo al respiro delle correnti
    e in cui potremo inventare
    il gioco luminoso della nostra libertà.