Le nevicate a Firenze hanno di solito il sapore dell’evento epocale. La città si ferma, attende, si compiace della sua bellezza silenziosa nelle mattine di Febbraio in cui tutto rimane immobile. Le nevicate, del resto, sono così rare qui che ognuno le associa a qualche ricordo, le rende momenti da conservare nella memoria quasi marcassero un passaggio o un punto fermo nell’esistenza. E così anch’io ricordo che nel 2009, anno della famosa “nevicata di Renzi” in cui tutta la città si bloccò a causa della neve e in cui l’allora neosindaco fu accusato di inefficienza per l’assenza di mezzi per liberare le strade dal ghiaccio, avevo diciotto anni e un compito di greco da svolgere entro le pareti del liceo Dante – allora, in anni cui ancora era lontana l’istituzione di quel liceo musicale che ne avrebbe colorato le pareti ottocentesche del fascino discreto delle melodie di un tempo, esclusivamente austero custode di una tradizione classica dalle venature aristocratiche (“Questa scuola forma la classe dirigente del Paese” – disse con una certa supponenza il Preside il primo giorno della quarta ginnasio entrando in classe). Arrivammo a scuola in sette, facemmo un pupazzo di neve nell’ora che ci separava dal compito di greco e verso le nove il professor Conti ci venne a recuperare con le fotocopie sotto il braccio per richiamarci ai nostri doveri.
Erano gli anni della scoperta, in cui il mondo sembrava alla mia portata e la vita una ricerca sulle vie di quella bellezza che, come diceva il principe Myshkin, avrebbe salvato il mondo. Guardando ora il me stesso di allora, il suo ingenuo amore per i sentimenti raccontati da Stendhal, per l’abilità di cristallizzare il tempo in attimi pieni di significato di Virginia Woolf, per la capacità di narrazione dell’infanzia di Proust in Du côté de chez Swann (certi personaggi del mondo immobile di Combray li avevo conosciuti nelle estati in cui, a otto o nove anni, venivo condotto da mio padre lungo Costa San Giorgio per arrivare al Forte Belvedere), sento mio quel verso di Prospero nella Tempesta a commento dei primi slanci amorosi di Miranda e Ferdinando:
So glad of this as they I cannot be
Who are surprised with all
(Non posso essere felice come loro/che si sorprendono di tutto)
No, adesso avverto sul me stesso di allora sotto la neve l’ombra degli anni scuri che sarebbero seguiti e che avrebbero tolto al ragazzo che riconosceva nei suoi sentimenti quelli di Marcel per Albertine in À l’ombre des jeunes filles en fleurs quella piega di ingenuità dal sorriso. (altro…)