• A mio padre, ringraziandolo per i sogni e per le utopie

    Di nuovo, in un giorno d’estate
    mi sveglierò piano ascoltando la tua voce
    lasceremo in silenzio i mattini grigi
    di nubi dall’anima stanca
    di sogni delusi da un pomeriggio piovoso
    e oltre i cancelli di un autunno infinito
    giungeremo in silenzio alle soglie del mare.

    Alle porte del mare c’è un bambino di vetro
    e un guardiano inquieto, creatore di sogni
    racconta storie di luoghi lontani
    di illusioni perdute sulla strada di casa
    il bambino lo ascolta e nelle sere di luglio
    siede sulla riva e attende di partire.

    Gli hanno detto
    che questa notte d’inverno non finirà mai
    che non vedrà mai le terre di cui parla suo padre
    e che il vento cancellerà il suo sorriso inquieto
    lasciando solo indifferenza
    lasciando solo dolore
    Ma il bambino alza le spalle
    prende per mano il guardiano
    e ascolta le sue storie, sera dopo sera
    e sa che un giorno verrà la nave bianca
    per riportare la luce, per condurli lontano
    e il suo inquieto sperare non sarà vano.

  • Chiara

    Alla kleine Schwester, sempre e comunque. Questa è la nostra storia, vecchia mia, o almeno così mi è piaciuto immaginarla.

    E mi hai preso per mano
    in un venerdì piovoso, alla stazione degli autobus
    tra le anime in transito
    oltre il velo delle strade
    ammantate della malinconia lenta dell’inverno
    con la tua valigia ricolma di vento
    con i tuoi occhi ricolmi
    del chiarore lontano di un giorno d’estate
    in cui avevamo atteso l’alba bevendo thé.

    Ti rividi già donna, in una sera di primavera
    – l’uomo con il violino venuto da est
    ti aveva insegnato a cantare, allora
    e in un locale di periferia
    modulavi la tua voce di perla
    per i marinai stanchi del rumore dei flutti
    narrando la storia del tuo amore lontano
    partito all’alba lungo la strada del Nord.

    Ti regalai, allora
    il mio manto di sogni, un frammento di verità
    e un biglietto di sola andata per il treno che conduce al mare
    E ci incamminammo insieme sulla strada di casa
    io con la mia tristezza
    tu con il tuo sguardo di bambina
    nelle foto ingiallite di un tempo
    mia compagna, mia amica
    e mi prendesti per mano.

  • Accendi la tua candela, capitano
    si sta facendo notte e ancora
    il lieve rumore delle strade mi spaventa
    irrompendo nel silenzio dei miei sogni fragili
    tremanti sulle soglie dell’oscurità.

    Resta con me, capitano
    la mia nave salperà domani
    e saremo un po’ più soli
    con le nostre solitudini.

    Ti ricordi, capitano, quel pomeriggio d’aprile
    in cui mi insegnasti che ogni onda ha un suono,
    ogni marinaio una storia da raccontare
    e ogni donna un uomo da attendere
    a sera, ai confini del mare?
    Il sogno che disegnammo sulla sabbia
    – tu guidasti la mia mano allora –
    è nascosto dietro il bianco del muro
    nella luce fioca della mia anima stanca
    alla vigilia della partenza.

    Resta con me, capitano, in questa notte
    raccontami del mattino in cui mi vedrai tornare
    come quando da bambino
    mi cantavi le storie delle stelle
    quando il buio mi faceva paura.

    Non ho più paura della notte, capitano
    non ho più paura dell’uomo di vetro
    che in un mattino di cristallo incontrò
    il bambino che ero.
    Ma prima di raccogliere i frammenti
    del mio sogno-vita nel mare splendente
    lasciami rintanare per un’ultima volta
    nel tuo grembo che mi conobbe bambino
    in un mattino di marzo.
    E canta ancora per me, te ne prego
    mio capitano.

    Dedicata a mia madre, in un giorno come tanti, nel 2014. Sul manoscritto avevo aggiunto questa citazione della “Ballata sull’amore e sulla morte del cavaliere Cristoforo Rilke” di Rainer Maria Rilke:

    Dice il piccolo marchese: 
    «Siete voi giovine molto, signore?» 
    E il sire di Langenau, un po’ triste, un po’ fiero: 
    «Diciott’anni». Poi, tacciono. 
    Più tardi ancora domanda il Francese: 
    «Avete in patria una sposa promessa?» 
    «Che ha biondi, così come i vostri, i capelli». 
    «E voi?» ribatte il sire di Langenau. 
    E taccion di nuovo. Fin che quegli prorompe: 
    «Perché mai siete allora lì in sella, e cavalcate per terre pestifere incontro ai cani infedeli?» 
    Il marchese sorride: « Per ritornare…» 

  • Helena

    Helena.
    Nel buio delle prime notti di novembre
    alla stazione d’Atene
    perse il rapido per il Nord
    e rimase là, immobile
    a fissare rari viaggiatori
    scendere dai treni di passaggio
    caldi di voci straniere e di occhi persi nel silenzio
    e imboccare la strada che conduceva
    al gelido mare della città d’inverno
    alle luci oscillanti di case
    dove talora si intravedeva un volto,
    una scala, un frammento di un’esistenza
    che schizzava via, chiusa nel suo guscio
    di tepore languido e di televisori accesi
    su suoni senza sorriso.

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  • Le ultime notizie

    Le ultime notizie mi danno ai confini del mondo
    deluso, sconfitto, stanco.
    Sono tentato di credere
    – è un tiepido pomeriggio di luglio
    il frinire delle cicale, la malinconia,
    la delusione per i troppi anni perduti
    a inseguire trame di libri prive di senso –
    che sia vero.

    Giaccio immobile in questo recesso del giorno
    in una lontananza indistinta
    lontana da Dio lontana dall’uomo
    lontana dalle sere colme di promesse
    dalle città sognate e mai viste
    dagli elenchi di nomi su vecchi
    atlanti impolverati
    Budapest Praga Recife Buenos Aires
    e avanti e avanti
    fino alla fine del mondo fino alla fine del tempo

    E alla fine mi risveglio dopo molti anni
    stanco.
    Dove siete andati tutti?
    La sera che scende non ha risposte.
    Dove siete andati tutti?
    Gabriél , Marcel, Virginia, Constantin
    voi che tentaste di rinchiudere il mondo
    in una lucente perla di puro splendore
    Dove siete andati?
    Nella sera che scende, una macchina annuncia il circo.

  • Il figlio della Luna si allontanò nella notte
    sull’ultima corriera perse la via di casa
    e nello splendore vano dei suoi vent’anni
    disparve nella brumosa oscurità di ottobre
    lasciando indietro romanzi troppe volte iniziati
    e lo sguardo deluso dei suoi mattini di pioggia.

    Nel vagone, nel chiarore di lampadine sbiadite
    le voci fioche andavano e venivano
    per rifrangersi infine contro i vetri appannati.
    Si sedette in fondo, vicino al vecchio spagnolo
    dal cappello verde e dal cuore malato
    lo sguardo perso in luci distratte
    che svanivano lontano nella quiete d’autunno.

    Là – pensava – bambini di sabbia scrutavano il cielo
    per rubare la notte a un’infanzia fugace
    là uomini tristi attendevano al tramonto
    le amanti antiche venute da Cadice
    per raccontare ancora ai loro occhi di mare
    un’ingenuità di vetro e una scheggia d’estate.

    Oltre coltri di sonno, due giovani amanti
    si assopivano piano leggendo poesie
    e la loro eternità era un giorno di maggio
    trascorso in silenzio ad attendere l’alba.

  • Ho sempre avuto una mia predilezione particolare per le sere d’estate. Quelle sere in cui, come una volta, quando le preoccupazioni della vita apparivano solo come il frastuono lontano della città insonne, la stanchezza porta con sé la sincerità che credevamo perduta nei pomeriggi dei nostri sedici anni.

    Amalia, nei fine settimana, è bella. Tolto il camice bianco e il volto sbattuto delle mattine d’ottobre ha quasi una sua grazia melanconica, da cantante di fado dimenticata in un angolo del mondo lontano da casa senza un marinaio da attendere sulle rive del mare, a sera. Ricordo i suoi occhi azzurri di un tempo, le sue mani non ancora screpolate dai detergenti della sala operatoria. Forse l’avevamo amata, allora, quando avevamo meno anni e più incoscienza; quando i suoi silenzi sembravano celare un universo misterioso che solo pochi eletti avrebbero potuto scalfire. Di certo, adesso siamo meno disposti a scusare le sue stravaganze, a fantasticare sulle sue stranezze; l’esperienza ci dice che non può nascerne niente di buono e l’esperienza tendenzialmente ha ragione.

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  • Verrai

    Verrai
    l’ultima sigaretta lasciata a spegnersi sull’asfalto
    in un giorno di pioggia di cui non ricorderò il nome

    Verrai
    tra le parole di ieri, le promesse
    che ci scambiammo un giorno sulla via di Santiago
    bruciando le vesti della vita passata

    Verrai
    e ti racconterò ancora la mia storia, il mio dolore
    e ci guarderemo con la mia, con la tua tristezza
    e rimarremo là a specchiarci nell’alba

    Verrai
    quando non avremo più niente da dirci
    e potremo rimanere infine in silenzio
    a guardare il mare.

  • Iniziai a leggere Modiano poco prima che vincesse il Nobel, complice la visione del film “Bon voyage” cui aveva collaborato. Amo le sue storie nostalgiche, in cui i personaggi si scontrano casualmente uscendo dalla nebbia di un pomeriggio del rigido inverno parigino di inizio anni Cinquanta per poi scomparire nuovamente e rimanere soltanto un miraggio nella memoria a cui appigliarsi nei giorni di tristezza. Mi piace la sua idea, forse un po’ proustiana, di ricostruire frammenti di giovinezza a partire da un volto, dal nome di una persona conosciuta nello spazio di pochi giorni e poi persa nel magma indistinto della folla di una grande città.

    “L’orizzonte”, che mi sta accompagnando nella calura d’agosto insieme ai “Marinai perduti” di Izzo, riprende ancora una volta la tematica e tratteggia come al solito anche il ritratto di una Parigi ideale, che nella mia mente prende le fattezze della Le Havre rarefatta del “Quai des brumes” di Carné. Una città invisibile, più vicina ai luoghi fantastici raccontati da Marco Polo a Kublai Khan nel libro di Calvino che alla Parigi reale, in cui purtroppo da molti anni non torno.

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  • Settembre ’90

    Ci siamo persi nelle pagine di un libro
    dopo esserci toccati, nella foschia
    di sere lontane in cui credemmo di poterci isolare dal mondo
    raggiungere l’infinito
    l’immortalità.

    Mi scrivesti, allora, parole d’amore
    sui cento libri che leggevamo insieme
    come per lasciare traccia
    dello scorrere silenzioso dei sentimenti
    fermare il fluire del tempo
    a un giorno, a un momento
    che potesse riportarci sempre
    alle estati della nostra giovinezza.

    Ma le pagine ingialliscono
    e finiscono ad invecchiare nei pomeriggi brumosi
    su bancarelle dove sconosciuti leggeranno le nostre parole
    per sfuggire alla noia dell’ennesimo sabato di novembre.

    Ci siamo persi nella foschia.
    Ora solo le nostre dediche raccontano
    frammenti dei nostri sogni di eternità
    sotto un’altra pioggia.