• Penelope

    Presto sarà inverno.
    Lo dice il gelo di questa notte solitaria
    in cui ogni trama di storia si svolge
    e chi sono stata scompare entro il sospeso ritmo del tempo
    -rimane lo sguardo, muto testimone di questi giorni sbadati
    e poi un cinema la domenica pomeriggio, una foto dimenticata sul divano.
    Ora che il mondo è lontano, oltre il mare nero che rumoreggia dalla finestra
    dimentico chi ho detto di essere
    nei minuti racconti nelle strette di mano
    dimentico chi mi hanno detto che sono
    i certificati timbrati in rosso le voci della festa
    Nulla è più qui, solo questo osservare
    questo lasciarsi permeare da questa notte sospesa
    dove l’autunno appena nato lascia il posto a dicembre
    e dove nel vuoto degli uomini delle parole delle storie
    distruggo la tela e rimango
    con i fili dei miei ricordi senza dare loro senso
    con frammenti di emozioni che non saprò mai dire
    con il tempo insensato in cui mi sono lasciata vivere.

    Nella valigia della partenza
    avevi sostituito ai vestiti i libri non letti
    alle certezze le nostalgie
    alla speranza la malinconia.
    Vivevi, allora, al limitare dei giorni
    coltivando nell’anima il tuo vuoto di senso
    L’autunno aveva lavato le ali ai tuoi sogni
    e di notte non attendevi più
    un messaggio silenzioso proveniente dall’infinito.
    Al di là del mare, solo il tramonto sull’Egeo
    sulle scogliere di Itaca, solo trame di storie
    che ora svolgo ogni sera per scordare
    il tuo volto, il tuo nome
    la speranza.

    Un tempo, su una spiaggia
    mi dicesti di cercare solo
    la sospensione del tempo
    il silenzio di una sera
    in cui di nuovo avesse senso la poesia
    in cui di nuovo si potesse scappar via
    dall’acqua che scorre tra le dita nelle mattine d’estate
    dai minuti che sfuggono per essere riempiti
    dalle opere degli uomini dalle strutture del presente
    costruite e distrutte
    da una tessitrice laboriosa ai confini della notte.

    Arrivato a trent’anni
    mi chiedesti del blu del Tirreno del verde chiaro dell’Adriatico
    e di notte le onde riportavano l’ombra dei morti
    il ricordo che sbiadisce nei rumori di una sera
    a rincorrere il tempo nell’oscurità di una spiaggia
    e andavamo e venivamo lungo il mare silenzioso
    ultima culla dell’umano che cerchiava l’orizzonte.
    Salpasti all’alba per creare nuovi sogni
    lasciando le malinconie delle prime piogge
    a ingiallire con i racconti usati del mondo di ieri
    ormai inutili per nutrire
    le fauci tristi dei giorni a venire.

    Questa notte, sono dimentica di tutto
    la tela si svolge e scompare ogni mia storia
    scompare il senso del tuo volto la mattina della partenza
    scompaiono questi anni di attesa ad ascoltare vecchie canzoni.
    Questa notte, sono puro sguardo
    oltre le note del flamenco che arrivano dai caffè
    e non c’è più tristezza
    né passato né futuro
    solo questa oscurità infinita
    solo questo eterno
    lasciarsi esistere.

  • In memoria di Franco Basaglia, a quarantacinque anni dalla sua scomparsa

    La frase che mi solleva dalla stanchezza di un pomeriggio estivo arriva alla fine della lettura de L’istituzione negata. Franco Basaglia riflette sull’esperienza dello psichiatra martinicano Frantz Fanon. Questi, dopo una lunga riflessione sui rapporti di potere in un contesto coloniale e sul proprio ruolo, in quanto psichiatra, in tale sistema, si dimise dall’ospedale algerino in cui lavorava e si unì al Fronte di Liberazione Nazionale algerino. Scelse, scrive Basaglia, la rivoluzione. Basaglia ragiona poi sul proprio ruolo all’interno del sistema manicomiale italiano: alla fine degli anni Sessanta, quando esce L’istituzione negata, il medico veneziano è già passato dall’umanizzazione del manicomio di Gorizia basata sulle porte aperte e sull’applicazione del metodo della comunità terapeutica di Maxwell Jones a una più ampia messa in discussione del ruolo dello psichiatra come figura tecnica cui il sistema di potere e la classe dominante delegano il controllo su una parte deviante della popolazione. Pertanto, si è reso conto che anche la comunità terapeutica e i sistemi umani di gestione del manicomio rischiano di diventare una modalità per mantenere il controllo normativo che il potere impone sui pazienti, in modo forse anche più insidioso in quanto meno apertamente violento e ancorato a una pretesa scientificità. La contraddizione della comunità terapeutica e il rischio di autoritarismo soft in essa insito sono ben descritti ne L’istituzione negata e tale contraddizione porta Basaglia a chiedersi come sia possibile rimanere come psichiatra in un’istituzione a cui viene chiesto dalla società di attuare un potere di segregazione e di normalizzazione una volta assunta la consapevolezza di ciò e alla luce della propria personale contrarietà a ciò. Basaglia, dopo aver portato l’esempio di Fanon, rifiuta con garbo la soluzione rivoluzionaria, ossia l’uscita attraverso la lotta armata dalla dialettica interiore tra il ruolo assegnato dalla società, ossia il controllo della devianza, e la messa in discussione di tale ruolo attraverso la volontà, nel contrasto tra oppressi e oppressori, di stare con gli oppressi. Bisogna stare nella contraddizione, scrive Basaglia. E questo mi illumina.

    L’istituzione negata è piena di appelli a non rifiutare la dialettica e a non fantasticare di un sistema adialettico, in cui il rapporto tra oppressi e oppressori sia risolto una volta per tutte. Basaglia lo ricorderà anche ne La maggioranza deviante e subito dopo la legge 180: il rischio è che al sistema manicomiale, la cui funzione di controllo era esplicita, si sostituisca un sistema medico o sociosanitario che attui comunque una funzione di controllo e normalizzazione dei comportamenti devianti in modo apparentemente adialettico, perché coperto dal paradigma della scientificità. Per Basaglia, bisogna smettere di illudersi che sia possibile superare, magari attraverso un metodo di cura supposto estraneo alle dinamiche di classe, la dialettica sempre esistente tra i tentativi di controllo da parte del potere e i tentativi di ribellione da parte di chi vi è sottoposto.

    Gli anni in cui viene pubblicata L’istituzione negata e in cui avviene il processo che porta alla legge 180 sono quelli del lungo Sessantotto italiano. Anni in cui vi è una riduzione della fiducia nei partiti parlamentari e in cui emergono spinte che la politica tradizionale fatica a incanalare. La tradizionale visione marxista, basata sulla centralità della dialettica di classe, inizia a mostrarsi inadeguata per comprendere i cambiamenti in atto e dare risposte: se la politica si è fino a quel momento orientata sulla base di una lettura della società che vede come attori principali i proprietari dei mezzi di produzione e la classe subalterna salariata, improvvisamente irrompono sulla scena altre lotte molto diverse da quelle operaie e gli studenti, le donne, gli omosessuali, lo stesso movimento antistituzionale in psichiatria impongono nuovi bisogni e nuovi desideri. Lo stesso modello organizzativo partitico entra in crisi e lo psicoanalista Elvio Fachinelli, nel suo articolo Il desiderio dissidente, teorizza un’azione politica attuata da un movimento orizzontale e privo di un organigramma cristallizzato, che si basi sul desiderio che si autoalimenta e che sostituisca ad ogni obiettivo raggiunto un nuovo obiettivo, senza gerarchizzarsi sotto una leadership. Sullo sfondo, comunque, è sempre presente l’ipotesi rivoluzionaria, che porta anche alla lotta armata, con l’ipotesi di una soluzione che annulli definitivamente le dialettiche in una prospettiva di liberazione.

    Oggi, molto è cambiato. La rivoluzione non è più un orizzonte possibile, anche per l’osservazione della creazione, nei luoghi in cui si è effettivamente realizzata, di nuove dialettiche non di rado più oppressive di quelle di classe. Deleuze e Guattari ne L’anti-Edipo suggerivano la vicinanza tra i regimi comunisti e il sistema di significazione presente nei sistemi dispotici precapitalistici e in effetti si può osservare come tali regimi, ben lontani dal perseguire una rottura dei rapporti di potere basata sull’autogestione dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori, si strutturassero come autocrazie in cui i vertici del Partito attuavano uno stretto controllo sui vari aspetti della vita pubblica e privata dei cittadini, come degli stati-Leviatano in cui alla deterritorializzazione capitalistica si sostituiva una rigida codificazione di ogni aspetto della vita. Tuttavia, se l’uscita dalla dialettica attraverso la rivoluzione non è più attuabile, al tempo stesso non è nemmeno più accettata l’illusione capitalistica della fine della storia, l’ipotesi di un mondo dove, grazie al benessere e alla libertà creati dal Capitale e dal sistema economico neoliberista, ogni tensione infine si esaurirà. Viviamo invece in un contesto sociale profondamente dialettico, in cui alle rivendicazioni economiche e sociali di chi si riconosce subalterno perché precario, perché disoccupato, perché soffocato da dinamiche lavorative basate sullo sfruttamento di sé da parte del soggetto stesso si affiancano le rivendicazioni di chi si riconosce in un’identità oppressa, ad esempio legata al genere, all’orientamento sessuale o alla perdita di futuro legata alla crisi climatica. Sono lotte spesso pulviscolari, che non hanno un aggregatore partitico, né si manifestano nei presidi permanenti delle piazze degli anni Settanta. Eppure, esistono, sono vitali, generano identità dissidenti che non di rado vengono diffuse attraverso i social e che portano molte persone a identificarvisi (basti pensare, ad esempio, alla diffusa rappresentazione del lavoratore stanco, poco retribuito, costantemente animato dalla fantasia delle “grandi dimissioni” e dal recupero del proprio tempo libero per affermare se stesso). Fanno circolare temi che vengono ripresi e diventano oggetto di conversazione nei gruppi di amici, nei luoghi di lavoro, nelle dinamiche di relazione. Quale può essere l’obiettivo di queste lotte? La perdita dell’orizzonte rivoluzionario può essere in questo destabilizzante; manca il grande obiettivo di trasformare completamente la società caro ai nostri padri, il sogno della palingenesi è assente e questo può demotivare.

    E qui si torna a Basaglia, a questa giornata estiva in cui leggo la fine de L’istituzione negata e improvvisamente tutto sembra avere un possibile senso, seppur provvisorio. Bisogna accettare la dialettica, stare nella contraddizione, consapevoli che quanto si vuole descrivere come adialettico in realtà utilizza ideologie di ricambio per mascherare lo sfruttamento. Bisogna riconoscere in sé lo sfruttato e lo sfruttatore, in quanto ognuno porta in sé aspetti di potere (è ad esempio un uomo etero cisgender in una società in cui tuttora le differenze di genere pesano sugli stipendi e sulle possibilità di carriera e in cui l’omotransfobia è ancora presente) ed elementi che lo avvicinano alla classe subalterna (ad esempio, legati ad aspetti lavorativi o alla crisi climatica). La riscoperta di questa dialettica interna e l’accettazione di avere in sé sia aspetti di potere, sia aspetti di subalternità può da un lato permettere di prendere una posizione chiara a favore di chi potrebbe subire il potere che agiamo, dall’altro di unirsi alle altre identità che lottano per ciò in cui siamo subalterni. Non possiamo scegliere la rivoluzione come Fanon. Possiamo però stare nella contraddizione e nella contraddizione lottare come Basaglia.

    Franco Basaglia è morto il 29 agosto del 1980, quarantacinque anni fa. Eppure, ha lasciato parole che possono accompagnare il cammino e le lotte non solo dello psichiatra e dell’operatore di salute mentale di oggi, ma di ogni cittadino.

  • Ci sono ricordi che si fissano nella memoria e che in qualche modo danno un senso a un periodo, a un momento della vita. Ci sono ricordi che segnano una rottura, la percezione che da quel momento in poi niente sarebbe stato più come prima, una crisi nel senso greco di krino, una separazione tra quanto c’è stato prima e quanto accadrà dopo. Ecco, per me quel ricordo è una piccola memoria dei miei diciannove anni: mi ero iscritto a Medicina dopo cinque anni di liceo classico e stavo frequentando le prime lezioni. Solo l’estate precedente, nel tentativo di anticipare alcuni argomenti che avrei poi affrontato per l’esame di maturità, avevo intrapreso uno studio solitario della letteratura del Novecento, appassionandomi a Gadda, di cui lessi il Pasticciaccio e la Cognizione del Dolore, al Montale degli Ossi di Seppia, di cui consumai le poesie in pomeriggi molto simili all’afosa immobilità della costa ligure descritta dall’autore, a Pirandello. Una volta alla settimana mi recavo in libreria, a Pescara, e tornavo con decine di libri, alcuni correlati alla storia della letteratura che stavo studiando, altri legati al racconto della contemporaneità, come il testo dei Wu Ming sulla New Italian Epic che mi iniziò alla comprensione del postmodernismo in narrativa e alle possibilità di resistenza contro la riduzione della finzione del racconto a puro gioco. Ebbene, a un anno da tutto questo, da questa fase di entusiasmo che ricordo ancora come un momento centrale della mia esistenza, sedevo in un’aula universitaria, assistendo a una delle lezioni introduttive al corso di laurea in Medicina. La professoressa parlava con insistenza di letteratura – dovete leggere la letteratura, diceva – e io non riuscivo a comprendere quale correlazione potesse esservi tra l’igiene delle mani e Italo Calvino, pur ammettendo che Calvino (e non ho motivo di dubitarne) fosse una persona molto pulita. Dopo qualche minuto, fu la stessa docente a chiarire l’equivoco: con il termine letteratura faceva riferimento agli articoli scientifici e citò anche alcuni motori di ricerca in cui era possibile consultarli. Ricordo che mi sentii fuori posto. Avevo amato un’altra letteratura e fino a poco tempo prima la domanda che mi ponevo era se avesse senso leggere l’intera Recherche di Proust. Ora, mi sembrava di trovarmi in un luogo in cui la lingua aveva altri significati, infinitamente lontani da ciò che mi piaceva e mi entusiasmava. Penso che in ogni caso lo spaesamento iniziale abbia prodotto una doppia cornice di senso, una sorta di necessaria scissione: da un lato vi era l’adesione al rigore scientifico proposto dal corso di studi, dall’altra vi era un fiume carsico che chiedeva di dare all’esistenza un altro senso e che si nutriva della scoperta dei romanzi di Alvaro Mutis e di Jean Claude Izzo. Mi piace pensare, poi, che il fiume carsico si sia riunito alla corrente principale con la scelta di fare lo psichiatra, mestiere sospeso tra la narrativa e la scienza, mestiere “a mezza altezza”, “fatto di niente”, come lo definisce Milone in Astenersi principianti.

    Ripenso all’atto iniziale di quella scissione oggi, leggendo Psicopatologia narrativa di Luca Casadio in questi giorni adriatici. Parla della necessità di affiancare al linguaggio scientifico la dimensione del racconto, di ascoltare e dare un senso narrativo, oltre a fornire delle letture e delle risposte su una base scientifica, e penso all’insistenza con cui si parla sempre più di medicina narrativa e della sua importanza nei contesti di cura. L’impressione che ho, tuttavia, è che tutti questi appelli, di cui pure riconosco la rilevanza, insistano su un sistema che tuttora privilegia, per la formazione dei medici, la trasmissione di nozioni tecniche sulla futura professione. I timidi tentativi di introdurre le medical humanities nelle facoltà vengono solitamente schiacciati dal peso delle materie centrali del corso di studi, che sottraggono il tempo e l’attenzione degli studenti nonostante gli sforzi di chi si dedica al loro insegnamento – ricordo, a questo proposito, il faticoso tentativo del mio docente di bioetica di sintetizzare nell’unica lezione a sua disposizione nell’intero corso di studi (due ore, se ben ricordo) una materia su cui sarebbe stato necessario forse soffermarsi per mesi. Di conseguenza, il medico esce dal suo percorso formativo ignaro di molti temi – dei meccanismi psicologici dell’attaccamento che emergono nelle situazioni di cura, delle teorie sull’alleanza terapeutica, delle modalità possibili in cui la malattia può incidere sulle narrative esistenziali che sottendono l’identità – e si trova poi a dover reagire a molte situazioni secondo buonsenso, strumento che a volte può condurre fuori strada. Si diventa medici con pochi strumenti per affrontare i dilemmi etici posti dalla professione, con una scarsa o inesistente preparazione epistemologica per soppesare la validità delle teorie scientifiche che vengono studiate e applicate, con una ridotta formazione al lavoro d’équipe, che pure sarà per molti la modalità prevalente di operare nel corso della professione. Si trascurano le questioni di genere, la sessualità spesso è poco trattata (l’Università di Firenze organizzava comunque un corso specifico per affrontare tale tema al di fuori delle ore curricolari) e si potrebbe procedere a lungo su quanto viene tenuto fuori da un processo formativo che sembra avvenire al riparo dall’urto della realtà. Si forma il medico come se dovesse avere esclusivamente competenze tecniche, come se dovesse riparare apparecchi elettronici, senza preoccuparsi che si troverà ad affrontare una società complessa, sfaccettata, non di rado conflittuale e ci si aspetta poi che trovi naturalmente le modalità per adattarvisi. Fortunatamente, vi è poi un apprendistato “di bottega”, che si svolge seguendo tanti colleghi e docenti di esperienza che si soffermano a raccontare le difficoltà della professione, i loro errori, i loro dubbi e che trasmettono la dimensione umana e la complessità del lavoro; penso di aver avuto, in questo, degli insegnanti validi, che hanno avuto la disponibilità di condividere con me i passaggi di un’esistenza dedicata a un mestiere d’aiuto e le loro storie. Eppure, chiaramente questo non è sufficiente, perché demanda molto al caso e alla disponibilità dei singoli.

    Penso che il punto di passaggio, per incoraggiare un progressivo arricchimento dei percorsi formativi che dia uno spazio adeguato perlomeno ad alcuni dei temi sopra sollevati, sia una riconsiderazione globale del racconto che la società fa del mestiere di medico. Il medico viene descritto attualmente come un professionista che propone degli strumenti diagnostici e terapeutici mutuati dalla scienza; dalla scienza trae la propria credibilità e la propria autorevolezza e dunque la padronanza del sapere tecnico ne determina l’efficacia con i pazienti. Tuttavia, nel momento in cui si pone in una funzione di cura, agisce su fantasmi molto antichi: egli ha, secondo una modalità di lettura etnopsichiatrica che mutuo da Coppo, una funzione di mediazione con l’invisibile. È infatti invisibile il processo fisiopatologico in atto, è invisibile il modo in cui agiscono le terapie. Tale funzione non è poi diversa da quella del guaritore tradizionale di alcune popolazioni dell’Africa settentrionale, per cui l’invisibile è rappresentato dagli spiriti che tormentano il soggetto determinando la patologia. Il medico svolge dunque un ruolo basato su archetipi arcaici in una società complessa e le sue funzioni vanno di conseguenza ben al di là della formulazione di una diagnosi e della proposta di una cura sulla base della letteratura scientifica: ascolta, tenta di restituire un significato al dolore provato, ricostruisce gli elementi, nel contesto di vita della persona, che potrebbero aver contribuito e contribuire alla patologia, accompagna nella sofferenza, valuta la qualità della vita del soggetto malato, tenta di inserire la proposta di cura in un orizzonte di senso che sia coerente con il mondo del paziente. L’elenco potrebbe continuare a lungo. Il medico, mediando con l’invisibile, attua una ricucitura rispetto alla frattura avvenuta nella vita della persona sofferente con l’irruzione del dolore: unendo i racconti del malato, i molteplici racconti sociali entro cui la cura si inserisce e la possibilità di aiuto che la scienza consente, cerca di giungere con la persona sofferente a un significato del dolore che sia compatibile con la speranza e con il futuro e di negoziare la possibilità di un cambiamento, pur minimo, in almeno un punto dell’esistenza attuale del paziente. Tutto questo, che al singolo professionista è ben presente per le contingenze della propria esperienza dell’incontro con i malati, dovrebbe far parte del racconto sociale del lavoro del medico, in modo da orientare la formazione in modo coerente con tale molteplicità di significati.

    Se questo cambiamento avverrà, forse, in futuro, il medesimo appello a leggere la letteratura che mi fu rivolto al primo anno di Medicina, sarà fatto agli studenti dando a quel termine il significato che gli attribuiva il me stesso diciottenne; sarà quindi consigliato, per apprendere l’ascolto e abituarsi alle narrative esistenziali, di affiancare ogni anno ai necessari testi specialistici almeno un romanzo, in modo da recuperare, accanto al sapere tecnico, una costante comunicazione con l’umano e con la sua complessità.

  • L’amore, come la vita, come la bellezza, si nutre di sospensioni del tempo. Di sentire una voce, la sera, e ricollegare le emozioni a quelle di altre sere in cui si è sentita la stessa voce, in cui il senso di tutto sembrava chiudersi in una stanza, in cui il passato e il futuro collassavano sul presente e in cui era bello essere lì ed essere vivi. Kermode ne Il senso della fine parla dell’aevum, di quel tempo che partecipa sia dello scorrere contingente dei minuti e dei giorni, sia dell’eternità e quando lo leggo l’immagine che emerge è legata proprio a quei momenti di sospensione del tempo in cui ho l’impressione di riuscire a toccare l’eternità. Un tempo, associavo tali momenti a certe notti d’estate in cui si riusciva a parlare di sé con maggiore franchezza, in cui si creava uno spazio per raccontare le proprie storie e per sentirsi vicini, al di là delle sovrastrutture e delle diffidenze create dalla quotidianità. Più tardi, la sospensione si è legata strettamente all’esperienza artistica, fosse questa la pratica musicale – nei concerti, quando si suona, spesso ci si dimentica di chi si è, si perdono di vista quanto accaduto ieri e i timori per quanto accadrà domani e l’unica definizione del tempo è data dallo scorrere delle note e delle battute, dall’interna dinamica del brano – oppure il contatto da fruitore con un’opera d’arte o musicale. A vent’anni, andai a vedere per la prima volta l’Aida e non l’avevo mai ascoltata prima. Rimasi lì ammirato, all’ultima fila della galleria del Teatro del Maggio Musicale, accanto a un melomane che canticchiava le melodie più famose ed ero talmente immerso in quanto ascoltavo da sperimentare, alla fine, un certo disorientamento, quasi che tornare al vissuto quotidiano del tempo e dello spazio comportasse uno spostamento dal luogo in cui la musica mi aveva portato.

    Anni dopo, nell’amore trovai la stessa temporalità sospesa tra il presente e l’infinito, la stessa sospensione della necessità di dare all’esistenza un senso e una direzione, secondo la romanzesca successione di inizio, sviluppo e fine di cui Kermode riconosce nel suo saggio al contempo la necessità e l’artificiosità. Parla di Sartre, Kermode, e di come questi cerchi, nella Nausea, di restituire la concretezza delle cose, il caos degli eventi, privando tutto della potenzialità aristotelica per cui ogni momento ha in sé i presupposti per un momento successivo, per cui ogni atto limita la libertà dell’atto successivo. Ebbene, quella pura concretezza priva di potenzialità l’ho ritrovata nelle vicende dell’amore, in quel vissuto qui-ed-ora che si ha quando ci guardiamo, quando ci parliamo, quando siamo insieme e non abbiamo bisogno d’altro.

    Abbiamo necessità di dare un senso. Di distinguere, come scrive Kermode, il tick dal tock dell’orologio e di vivere il tempo che li separa come caricato di un valore specifico. È una necessità che l’autore riconduce alla cristianità, al Nuovo Testamento che riprende l’Antico Testamento, che aveva definito un inizio con la Genesi per poi descrivere un flusso di eventi aperto verso il futuro, e gli conferisce un senso, con la venuta di Cristo, e una conclusione, con l’Apocalisse. Sicuramente è una necessità anche della società attuale, dove il tempo è scandito in modo strettamente legato al senso che l’individuo gli fornisce: ci si iscrive a un istituto superiore in funzione di ciò che si vorrà fare nella vita e si frequenta l’università in funzione del proprio progetto esistenziale. In seguito, si lavora e il lavoro sarà funzionale a raggiungere obiettivi coerenti con quelli imposti dal contesto sociale (ad esempio, fare figli), oppure con quelli individuali o del proprio gruppo (ad esempio, viaggiare per il mondo). È un tempo sempre significato, in cui il senso è poi generalmente cognitivo, mai emotivo, in cui si attua costantemente una rilettura a ritroso per vedere in ciò che è stato la potenzialità di ciò che è, secondo il passaggio della potenza in atto che Aristotele propugnava e Sartre contestava.

    Dunque, sento il bisogno delle sospensioni del tempo, sento il bisogno di quei momenti di pura emotività, a cui si accede ad esempio guardando chi si ama. È, quello, un tempo qualitativamente diverso, in cui la significazione è intuitiva e non razionale e in cui l’assenza di riflessione mette a contatto con l’eternità. Il tempo in cui ci sei tu, ci sono io e va bene così e potrebbe essere così per sempre.

  • Si incontrarono sul limitare dei trent’anni. A quel tempo, sicuramente c’era da qualche parte una guerra, qualcuno protestava per qualcosa, le vite cercavano di districarsi entro i problemi abituali – fondamentalmente, darsi un senso prima che fosse troppo tardi, se possibile innamorarsi, ma solo se possibile.

    Lui aveva trascorso la giovinezza nella distanza infinita delle cose, beandosi nel rimpianto e nella nostalgia. Ogni sguardo non aveva senso nel momento in cui era vissuto, ma in seguito, nel ricordo, quando si colorava del sapore dell’amore che avrebbe potuto significare, di quello che avrebbe potuto essere e non era stato. Lo chiamava, con un vezzo letterario, bovarismo, senza ammettere a se stesso che si trattava dell’invenzione costante di una vita non vissuta, della sovrapposizione ai giorni di altri in cui tutto sarebbe andato meglio, in cui ogni cosa avrebbe avuto il suo posto, se solo avesse parlato, se solo avesse fatto quella scelta, se solo avesse preso quel treno. Anni dopo, disse che forse era una posizione comoda, la sua, perché nel rimpianto ognuno crea la realtà che desidera, elimina le variabili sgradite, leviga il sogno secondo una linearità che non appartiene alle cose di questo mondo.

    Lei inseguiva una sua concretezza e coltivava ancora la speranza di cambiare la realtà. Lavorava in una libreria del centro e nei pomeriggi d’estate risaliva a volte lungo Costa San Giorgio per allontanarsi dal brusio costante che si dirigeva verso piazza Pitti e cercare uno spazio che fosse solo suo. In altri tempi, avrebbe portato con sé un libro, sarebbe arrivata a Villa Bardini e avrebbe letto nel giardino. Ora, da tempo leggeva solo saggi di politica economica e di filosofia e il luogo le sembrava inadatto a ospitarli. Partecipava ad incontri politici, a volte anche a qualche manifestazione di piazza. In libreria, quando poteva, consigliava Lucien Leuwen di Stendhal, testimonianza, a suo avviso, della tensione tra le ambizioni e i sentimenti – anche se una simile visione avrebbe potuto essere applicata a tutta l’opera di Henri Beyle e dunque forse consigliare specificamente quel libro era solo un vezzo, si diceva, un suo modo per dimostrare originalità.

    Si incontrarono secondo le modalità del tempo, pochi messaggi su un sito finalizzato a far incontrare le persone sulla base di dati assolutamente insufficienti a stabilire un’affinità. Conclusero, nell’ordine, che a entrambi piacevano i dischi di De Andrè, che avevano letto Dostoevskij e che nei giorni d’estate condividevano il piacere di perdersi nel Giardino delle Rose, tra i turisti e le statue di Folon. Lui non le parlò dei suoi silenzi, della difficoltà a raccontarsi nei rapporti, dell’impossibilità per lui della parola che descrivesse i suoi sentimenti per l’altro. Lei preferì non chiedergli la sua visione sulla politica contemporanea, ritenendo di non voler rovinare l’idealizzazione che aveva creato con la scoperta di una profonda passione di lui per posizioni criptofasciste. Entrambi si mostrarono senza particolari ombre, due amanti della letteratura francese e russa che, privi di qualsivoglia storia personale o di qualsivoglia problema emotivo, si trovavano a cercare un luogo di Firenze in cui incontrarsi.

    Decisero di vedersi a una conferenza sull’Uomo senza qualità di Musil, confessandosi con un po’ di timore di non averlo letto, ma di essersi sempre ripromessi di farlo e dunque il primo scambio fu sulla porta del Gabinetto Viesseux per decidere dove sedersi – non troppo avanti, ti prego, vorrei poter andare via se tutto diventa noioso. Lui la trovò più alta che in foto, lei disse che era un’osservazione che le facevano spesso. Lei gli disse che aveva un’aria da bravo ragazzo, insomma, non uno che usa un sito per incontrare persone, lui fece qualche osservazione che si voleva ironica sul fatto che stava conducendo un esperimento sociale.

    Uscirono, presero un caffè al bar di palazzo Strozzi, lei parlò delle vicissitudini del suo lavoro di libraia, condito di qualche aneddoto divertente sugli americani che chiedevano libri inesistenti. Lui rispose con qualche osservazione sulla propria attività di programmatore, deviando presto su tematiche musicali quando vide la noia affacciarsi negli occhi di lei.

    Si dissero, alla fine, di aver passato una bella giornata. Dissero che avrebbero avuto piacere di rivedersi.

    Non si rividero nei giorni o nei mesi successivi. Lui la trasformò nell’ennesima occasione persa da idealizzare e non riuscì a scriverle per proporle di incontrarsi. Lei lo aveva trovato troppo distante dal suo mondo e dai suoi interessi e aveva deciso che, anche qualora le avesse scritto, avrebbe inventato una scusa per non vederlo. Si incrociarono, anni dopo, in quella stessa libreria del centro in cui lei gli aveva detto di lavorare (lui, nel frattempo, aveva del tutto dimenticato quell’informazione). Lei sembrò felice di incrociare il suo sguardo. Gli consigliò Lucien Leuwen, lui se ne dichiarò contento. “Forse ti scriverò” le disse, senza menzionare che aveva cancellato da tempo il suo numero. Uscì dicendosi che sarebbe stato meglio non tornare più in quella libreria per evitare incontri sgraditi con il passato. Lucien Leuwen, comunque, gli piacque. Trovò che raccontasse molto bene la tensione tra i sentimenti e l’ambizione politica.

  • Appunti di viaggio – L’ospedale invisibile

    Barcellona, 27 luglio 2025

    Si arriva a un momento nella vita in cui tra la gente che si è conosciuta i morti sono più dei vivi. E la mente si rifiuta d’accettare altre fisionomie, altre espressioni: su tutte le facce nuove che incontra, imprime i vecchi calchi, per ognuna trova la maschera che s’adatta di più.

    I. Calvino, Le città invisibili, Adelma

    L’ingresso del Recinte de Sant Pau

    Se viaggiare è raccontare, è dare un senso con le parole a ciò che si vede per la prima volta, tornare nei luoghi già visti è un narrare nuovamente. Dunque, mi chiedo arrivando a Barcellona a distanza di un anno, qual è il senso di questo nuovo racconto? Perché tornare a vedere luoghi già visti, perché cercare nuove parole per sostituire quelle già dette? Mi conforta un libro di Bichsel che mi porto dietro in questi giorni barcellonesi – laggiù, in fondo alla Rambla, il Mediterraneo letto nelle pagine di Matvejevic confina il moderno rifacimento del vecchio porto così come altrove, lontano, lambisce le terre dell’olivo e della vite di cui parla lo scrittore jugoslavo. Bichsel scrive che in fondo le narrazioni sono le stesse da secoli, che le storie sono sempre quelle della Bibbia e dei poemi omerici e che tutto quello che segue è un raccontare di nuovo, è un tornare su quei modelli originari. Eppure, abbiamo bisogno di raccontare e non avrebbe significato un modo senza narrazione, un mondo che usa solo vecchie storie per raccontare il presente.

    Il recinte de Sant Pau a Barcellona

    E dunque il racconto del secondo breve passaggio a Barcellona parte dal Recinte de Sant Pau, dal vecchio ospedale modernista nel cui giardino rimango per un pomeriggio, a vagare in silenzio, a confondere il presente con quindici anni di frequentazione, per ragioni di studio o di lavoro, di ambienti sanitari certo meno affascinanti, sul piano architettonico, di questo. Eppure, la storia è simile, è la vicenda di un antico ospedale a padiglioni, costruito lontano dalla città con strutture separate da dedicare ciascuna a una patologia per allontanare i malati infettivi dai non infettivi e tutti loro dalla comunità dei sani. Entrando nelle grandi camerate con i soffitti coperti di piastrelle di ceramica, si può sapere chi viveva lì, a volte per anni, si possono ripercorrere le scomodità che i colleghi di un tempo dovevano affrontare per raggiungere l’ospedale, che era così periferico da non essere raggiungibile neanche con i mezzi pubblici, si può vedere il progressivo inglobamento dell’ospedale nella città e la progressiva costruzione, nelle grandi camerate, di controsoffitti e divisori in cartongesso per crearvi dei moderni reparti con stanze per uno o pochi pazienti. Trovo, camminando tra le cupole dall’aspetto orientale, un po’ della storia della medicina del Novecento, giunta a vette di avanguardia sul finire del secolo partendo da una cultura ottocentesca basata sulla segregazione del malato – fosse questi affetto da malattia infettiva o mentale – per proteggerlo (ad esempio per fargli respirare aria pulita nel caso di un tubercolotico o per evitare la deriva nella marginalità per un paziente con disturbo mentale), ma soprattutto per proteggere la società dalla sua presenza. E trovo anche qualcosa di mio, perché i sotterranei che collegano i padiglioni fanno riemergere i ricordi dei sotterranei dell’ospedale di Careggi, a Firenze, negli anni della specializzazione, tante volte attraversati per evitare un giorno di pioggia in assenza di ombrelli.

    Il pomeriggio è caldo, ma si sente un po’ di vento sotto gli alberi del giardino. Domani riprendo l’aereo, domani torno alla continuità della mia storia. Eppure, non mi sento così lontano da casa e dal mio vissuto quotidiano. Forse, l’esistenza si basa su una ripetizione, su un ritrovare in ogni luogo le stesse storie, secondo quanto scriveva Bichsel, come in quella città invisibile di Calvino dove chiunque arrivi crede di riconoscere persone familiari scomparse da tempo. Ma com’è possibile sollevarsi al di sopra della propria storia, deviare dalla ripetizione di un senso già dato? La domanda rimane sospesa nel luglio barcellonese.

  • Vi è oggi un grande interrogarsi sulla natura profonda dell’amore e delle relazioni e su come possano strutturarsi; questo, tuttavia, lascia da parte un tema estremamente rilevante, ossia la polilettura.

    Partiamo da una prospettiva storica. La società ci ha insegnato, attraverso la scuola, ad avere un sistema di monolettura: devi leggere un solo libro per volta, a cui devi votarti con fedeltà fino a che non l’hai finito o fino a che non decidi di gettarlo in mare perché troppo noioso. Tuttavia, a ben vedere, il sistema monolibroso non prevede una vera fedeltà a un libro: infatti, dopo un libro, ne leggi un altro e magari il libro precedente non lo ricordi più. Pensate a quanti libri avete letto nella vostra vita e quanti ne ricordate: io, dopo quasi vent’anni, ricordo ancora Il rosso e il nero e Lo straniero, ma sono abbastanza certo di aver letto il Diario di un killer sentimentale di Sepúlveda e, se dovessi dire di sapere di cosa tratta, mentirei o mi limiterei a fare presente che è possibile che il protagonista sia un sicario che parla in prima persona. Mi consolo, rispetto a questa necessaria sparizione dalla memoria dei libri, dicendomi che la plasticità cerebrale fa sì che qualcosa di ogni testo letto sia rimasto nell’architettura del mio cervello e che quindi il tempo trascorso a leggerlo non sia passato inutilmente.

    Ma dicevamo, la fedeltà a un libro è inutile. Ogni libro ne esclude altri e in fondo porsi come obiettivo la lettura di un singolo libro per volta è un limite al desiderio, un convogliare il desiderio di lettura, per sua natura incontenibile ed esondante, in una singola attività. Bisognerebbe pensare ad ogni libro come a una relazione amicale, che ci arricchisce, ma che non è sufficiente da sola: deve essere dunque affiancata da altri rapporti, da altri momenti di condivisione, da altri spunti.

    Chiaramente, un sistema polilibroso regge se si definiscono dei limiti. In primo luogo: bisogna adottare le giuste precauzioni. Dotarsi di segnalibro è infatti necessario onde evitare la peggiore patologia provocata dalle relazioni letterarie saltuarie, ossia la possibilità di perdere il segno. In secondo luogo, bisogna essere chiari sui limiti del rapporto: se un libro è lungo e noioso, richiederà molto tempo per essere finito, se invece è breve e facilmente leggibile, potrà godere di una corsia preferenziale onde darci, una volta tanto, l’agognato traguardo del testo terminato di leggere.

    Inoltre: dotatevi di sistemi organizzativi delle librerie casalinghe. Ne propongo uno, basato sugli studi di due autori inglesi trovati sepolti sotto le note a pié di pagina dell’opera omnia di Foster Wallace nel 2009. Mettete in alto i libri che avete già letto. Sono i vostri trofei, il vostro modo di annunciare al mondo che ce l’avete fatta. Guardateli spesso, contateli e segnatene il numero in modo da poterlo ripetere agli amici per darvi un tono e sembrare intellettuali anche se di fatto si tratta di testi di quattro pagine scritti da esistenzialisti polacchi in crisi creativa. Più in basso mettete i libri da leggere, sotto ancora quelli che state, lentamente e faticosamente, leggendo. Scegliete sempre, tra i libri in corso di lettura, un volume molto grande di un autore abbastanza noto al pubblico come creatore di testi difficili. I vostri amici vi ammireranno quando spiegherete loro quanto sia difficile procedere nella vita tenendo un momento nella settimana per leggere L’essere e il nulla di Sartre, ma anche quanto sia appagante applicare i principi filosofici sartriani alla quotidianità. Chiaramente, ogni sei mesi cambiate il volume significativo, perché altrimenti i vostri amici potrebbero rendersi conto che non lo state leggendo davvero. Mettete accanto al volume significativo tanti piccoli libri che state invece leggendo sul serio, variando tra romanzi e saggi così da essere sicuri di coprire, nella vostra voracità letteraria, sia l’esemplificazione attraverso la narrazione che l’elaborazione teorica. Procuratevi, comunque, librerie capienti e un lavoro che vi consenta di dedicare un budget significativo all’acquisto di libri. In alternativa, potete recarvi presso la biblioteca comunale più vicina dotati di una sporta e riempirla ogni settimana di nuovi libri.

    Infine, è centrale la dimensione comunicativa con l’eventuale partner sentimentale. Spiegate la vostra scelta di vita, la vostra incapacità di cambiare, la dura lotta che avete condotto con voi stessi per accettare di amare più libri allo stesso tempo. Il vostro comodino sarà sempre pieno di libri, così come la vostra casa, perché questo è un lato ineliminabile di voi. Chiaramente, trovare un partner polilibroso avrà non pochi vantaggi per sentirsi accettati.

    Ora vi lascio, perché mi sono ricordato che ho iniziato due libri, li ho lasciati aperti in cucina e devo andare a metterci il segnalibro.

  • A F., con gratitudine

    Le storie d’amore tra i violoncellisti e i contrabbassisti, insegnano gli etologi, nascono per prossimità. Il contrabbassista è solitamente un animale pigro, dal momento che utilizza le proprie energie per il trasporto dello strumento e trascorre il resto del tempo in quello stato mentale a metà tra l’onirico e l’allucinato proprio dei fan dei Grateful Dead durante i party a base di LSD alla fine degli anni Sessanta. Pertanto, tende a socializzare o con il compagno di leggio, con cui talora discute di tematiche auliche tipo il punto del brano che deve essere suonato, oppure con i violoncellisti, ossia gli esseri curiosi che abitano di fronte a lui.

    La socializzazione tra contrabbassisti e violoncellisti nasce inizialmente su questioni pratiche, tendenzialmente relative al fatto che i violoncellisti possiedono matite per scrivere sulle parti e i contrabbassisti no e dunque gliele chiedono. Si evolve poi su tematiche più ampie, affrontate generalmente quando il direttore d’orchestra fa provare settecento volte lo stesso passaggio ai violini; si generano, allora, cenacoli intellettuali che disquisiscono su questioni filosofiche, ad esempio relative al pub in cui recarsi per una birra dopo il concerto. Talora, nascono amori, anche se la scienza fatica tuttora a descrivere in modo specifico i passaggi che conducono a ciò. Il presente articolo si concentra pertanto su un caso specifico della storia bizzarra tra una violoncellista e un contrabbassista sperando che possa essere di stimolo alla ricerca sul tema.

    La violoncellista ha probabilmente creduto, in altri tempi, che il contrabbassista fosse un uomo mediamente colto, sicuramente simpatico e dunque con capacità di sopravvivenza in caso di apocalisse nucleare superiori alla media. Sette anni dopo, si è accorta con l’ausilio dei giochi di una fiera di paese di sparare meglio di lui, di tirare pugni molto più forte di lui, di avere capacità di fuga in automobile molto migliori delle sue. Di conseguenza, prefigurando uno scenario post-apocalittico, non le è rimasto che immaginarselo placido, sdraiato a leggere sul letto mentre gli zombi lo guardano perplessi senza mangiarlo nel dubbio che sia uno di loro.

    Se il contrabbassista ha da tempo compreso che la funzione del proprio strumento è puramente estetica e che dunque il proprio ruolo nel mondo è quello di raccontare barzellette a voce sufficientemente bassa perché non se ne accorga il direttore, la violoncellista è ancora convinta di produrre arte. Legge libri sul proprio strumento, ascolta Schumann, ha un rapporto viscerale con Verdi, che chiama amichevolmente “quel cretino” da quando ha scoperto che la parte del violoncello in Falstaff è eccessivamente difficile. Il contrabbassista ha provato a spiegarle che non esistono passaggi difficili, ma solo passaggi orchestrati male e che dunque è un preciso dovere di ogni musicista ridurre, in tali condizioni, il numero di note per battuta. La violoncellista non è parsa convinta e ha ribadito che, a suo avviso, le note andrebbero suonate tutte come ha scritto l’autore e il contrabbassista è tornato a scegliere libri con cui arredare in comode pile la loro comune abitazione.

    Di fronte alla dissonanza tra i loro mondi, all’autore di questa stimabile pubblicazione non resta che concludere utilizzando il celebre aforisma del calabrone, che non potrebbe volare, ma, non sapendolo, vola lo stesso. La violoncellista e il contrabbassista forse non avrebbero, sulla base delle osservazioni scientifiche, una compatibilità di esperienze per condividere la quotidianità, ma sono troppo impegnati a passare le serate a guardare horror fatti male per dare un serio peso a quanto riportato dalla letteratura più aggiornata sul tema.

  • Costellazioni

    Ah, Bartleby! Ah, humanity!

    H. Melville, Bartleby lo scrivano

    I

    Non abbiamo paura della morte
    abbiamo paura delle nostre morti
    delle rivoluzioni della vita intorno all’asse del tempo
    e ci guardiamo indietro e non ci riconosciamo.
    Lo diceva in classe un volto di ieri
    mentre spiegava la religione festosa dei diciotto anni
    e la domanda di Giobbe a Dio
    -perché il dolore? Perché questo perdersi infinito nei rivoli dei giorni
    dove smarrire l’innocenza nella violenza del potere?-
    era ancora una pagina non letta
    una svolta non percorsa nella biblioteca di Babele.

    Nelle forze gravitazionali delle monadi
    sono rimasto come Plutone alla periferia dell’universo
    né pianeta né satellite
    ma viandante solitario alla debole luce
    di un ricordo di una storia
    della fantasia di un volto nell’autunno di Siviglia
    o nell’inverno viennese.

    Forse sull’umano mi inganna
    la mia poca fisica, le formule con cui Galileo
    si illudeva di comprendere il mistero di Dio
    il linguaggio dell’universo
    ma se i corpi si attraggono secondo costanti
    la mia costante era ridotta e i legami troppo fragili
    per sopravvivere agli scarti della strada e della vita
    ai momenti di immersione nella deriva
    dopo l’esplosione iniziale del tempo
    dopo il mattino al porto con il vento a favore.

    Ho attraversato costellazioni e ho creduto
    di esserne parte, a volte
    che qualcosa della loro luce rimanesse nei giorni del mio vagare
    ma dopo ogni rivoluzione mi ritrovavo solo
    e il compagno di viaggio era la pagina di un libro
    o la malinconia di Bartleby nella cortese rinuncia al mondo.

    II

    Ho rinunciato alla rivoluzione
    superati i trent’anni
    quando ormai non mi stupivo che fosse passato
    il tempo di confondersi sull’età e sui giorni
    il tempo di scoprire tutto come se fosse nuovo
    e la vita rinata in un’altra primavera
    era il senso comune di un’estate ritrovata.
    Ho rinunciato alla rivoluzione
    per questioni di fisica
    se non si può attrarre un sistema di lune
    meglio essere
    un effimero nodo nella rete di altri
    un’assenza da ricordare quando sarà passato l’inverno
    una mano da salutare nei troppi giorni della partenza.

    Nei giorni delle barricate
    Bartleby si ritrovò solo
    nel cupo risuonare della città deserta
    dopo la rinuncia al mondo il mondo nuovo non nacque
    e l’avvocato ormai stanco
    aveva smesso di seguirlo
    ultimo satellite di un pianeta in fuga.
    Guardando l’orizzonte vide le foto di un tempo
    le lettere da smistare nell’ufficio di Washington
    -nei giorni sospesi nel ripetersi dei giorni
    si illuse che la vita fosse ormai in quella stanza
    che ogni piccolo gesto ritornasse in eterno
    e che la trama degli attimi fosse infine fissata
    e il senso di tutto definito per sempre.

    Sono stato, pensò
    scarificato satellite sulle soglie dell’abisso
    sospeso nell’assenza di energia gravitazionale
    sono stato
    un vuoto di presenza nello sguardo dell’Altro
    una solitudine fisica o neurobiologica
    in un attimo sospeso in attesa del mattino.

    La fine lo scovò nell’inquietudine del tempo
    accovacciato sulle macerie di una rivolta solitaria
    e ruppe gli ultimi legami con la ripetizione dei giorni
    e improvvisamente il silenzio diventò libertà
    di creare valori senza valori a cui aggrapparsi
    libertà dal tempo e dai tempi usati
    dalle ore lavate dal passaggio della marea.

    III

    Ho ritrovato la rivoluzione
    passati i trent’anni
    mi sono sentito respirare
    ho deciso di guarire
    ho deciso di morire
    ho deciso di dipingere la vita a grandi campate
    prima del tempo del rimpianto e del ricordo
    di scivolare via nella risacca del mare.

    Eppure
    sull’orlo della battigia sul limitare delle onde
    mi fermai a fissare la solitudine del Mediterraneo
    il cielo di primavera si spegneva lentamente
    e il mondo di ieri aveva ancora un suono
    e il calore buono
    della mia ultima casa.

  • Ogni rivoluzione inizia con un “Preferirei di no”, penso in questa mattina che sembra estate, ogni rivoluzione parte da Bartleby e torna a Bartleby, a una rinuncia consapevole a quello che si ha, a una rottura dei legami dati dal lavoro, dagli affetti, dalle routine per un salto nel vuoto forse fatale. Dicono che il cambiamento arricchisce, eppure è così faticoso essere viandanti nel tempo, così faticoso costruire relazioni per poi distruggerle, preferire di no rispetto a ciò che si è desiderato ed essere gli assassini dei propri sogni di ieri. Forse, il problema è la perdita della comunità, penso in questo giorno che a Firenze sembra estate – un tempo, ci si univa perché si viveva vicini, perché si combatteva la stessa battaglia, per ragioni di partito o di sentimento. Oggi ci legano le dinamiche della produzione, dello sfruttamento di sé e degli altri e rinunciare a questo ci rende un po’ esuli, ci fa perdere quanto avevamo creduto di costruire.

    Bartleby rinuncia a produrre, rinuncia a lavorare, rinuncia, infine, a vivere. Eppure, Bartleby rinuncia anche al suo ruolo nella società, all’umana vicinanza, in una solitaria e dolorosa protesta contro il mondo che l’ha escluso, anni prima, da un ufficio per lettere smarrite di Washington. La perdita del lavoro – ma forse anche di altro, di un sogno, di un amore, chissà – diviene la perdita della sintonia con il mondo e lo isola in una infinita lontananza, in cui è inattingibile dall’umanità. Preferire di no, nel suo caso, è stare fuori dal rapporto con l’Altro, con gli obblighi che questo comporta, fuori dalla possibilità di dare, ma anche fuori da quella di ricevere amore, aiuto, sostegno. Bartleby è un uomo solo. L’avvocato, suo precedente datore di lavoro, prova ad aiutarlo, ma è un tentativo di connessione unilaterale. Bartleby non risponde, non rientra nella società, è altrove e vi rimane fino alla rinuncia estrema di tutto, la morte, il termine definitivo di ogni comunicazione.

    Ogni rivoluzione inizia con la rinuncia, ogni cambiamento determina quell’istante di estraneità in cui non siamo più nel mondo di ieri, le relazioni che avevamo sono in una distanza abissale in cui non si sente più alcuna voce e le emozioni sono spente da un nuovo dolore. E rimane dunque quell’istante di angoscia della nascita, la separazione dal tutto che ci ha dato senso e non sappiamo se il mondo avrà di nuovo significato, se di nuovo ci sarà per noi uno spazio di relazione in cui sentirci accolti. Ci perderemo nel mare senza rotta oppure troveremo una strada per allontanarci da Itaca? Non sappiamo. Eppure, salpiamo. E il mondo di ieri è sempre più lontano.