• Passando tra gli scaffali dei luoghi che abito o ho abitato, incontro i libri che vi ho lasciato, gli spazi vuoti di quelli prestati e mai restituiti, i sensi di colpa per quelli che avrei dovuto leggere e non ho mai letto, il rimpianto per non ricordare il contenuto di qualche volume che, quando l’avevo aperto, mi aveva conquistato. Borges iniziava la Biblioteca di Babele assimilando l’Universo a una biblioteca – ricordo che sentii quel racconto per la prima volta nella sala centrale di una biblioteca in Piazza della Libertà ai tempi del liceo, il bibliotecario leggeva lentamente, in modo cadenzato, senza manierismi da attore. Ho ripreso in mano quel racconto più volte, in seguito, ma non sono mai riuscito a ritrovare quel coinvolgimento di allora, dato dalla cadenza delle parole, da un’adolescenza in cui tutto era nuovo, da un’estate in cui ingenuamente mi identificavo con un Kerouac di provincia desideroso di partire per andare chissà dove.

    La vita, che altri chiama la biblioteca, direi oggi parafrasando Borges, in quanto percorrendo le strade dei libri accumulati negli scaffali riesco a ritrovare ricordi dimenticati, quasi delle madeleine proustiane della mia carriera di arredatore di biblioteche, fatta di acquisti insistiti di testi che hanno modificato il mio modo di vedere il mondo e l’esistenza, che mi hanno accompagnato per qualche tempo senza toccarmi troppo o che sono rimasti là a prendere un po’ di polvere e a ricordarmi che forse l’entusiasmo che avevo quando li ho comprati era eccessivo.

    Potrei dividere i libri per aree emotive, per frammenti di vita, per stagioni. In basso metterei i libri per l’estate. Sono libri solitamente militanti, le pagine di Goffman sulle istituzioni totali, i racconti sulla chiusura dell’ospedale psichiatrico di Trieste, i saggi sulla sessualità, sul consenso e sulla possibilità di una diversa educazione alle relazioni. Più in alto darei spazio ai classici letti negli anni ormai lontani dell’adolescenza. Erano anch’essi libri per l’estate, ma di estati diverse, vuote, in cui tutto sembrava fermarsi e non rimaneva che incanalare il desiderio di trasformare il mondo nell’incipit di Anna Karenina, udito per la prima volta al piano superiore della biblioteca delle Oblate, una sera di giugno, letto quasi sottovoce per un pubblico silenzioso.

    Ci sono poi, ad altezza di sguardo, gli autori che mi hanno sostenuto in anni difficili, che mi hanno restituito l’entusiasmo per la pagina scritta in tempi in cui ormai leggevo quasi per rassegnazione, per passare il tempo. È lo scaffale di Izzo, a cui devo l’amore per il Mediterraneo nutrito poi dalle poesie di Ghiannis Ritsos e dal Breviario Mediterraneo di Matvejević, di Alvaro Mutis, con i suoi marinai smarriti in mille viaggi con la nostalgia di una donna di nome Ilona, di Magris, che mi avvicinò al mito dell’Austria asburgica e mi fece comprendere che volevo essere come l’uomo della Felix Austria descritto da Werfel, che lavorava per vivere, anziché vivere per lavorare, che dava senso all’esistenza nel tempo lasciato libero dalle incombenze della quotidianità e dal lavoro.

    Lascerei un piccolo spazio per i libri che ho riletto, per i testi che mi hanno davvero accompagnato nel tempo. Sono perlopiù testi poetici, perché la prosa raramente passa nelle mie riletture, e in cima alla colonna metterei senz’altro la raccolta delle poesie di Eliot, dove negli anni più volte sono tornato per incontrare Prufrock e la sua amletica indecisione. In fondo, anch’io mi sono chiesto più volte Avrò il coraggio di turbare l’universo?

    Per terra, lascerei i molti testi acquistati negli anni per dirimere il mio dubbio perenne sull’identità, del tempo passato a chiedermi se effettivamente avesse senso pensare una continuità nel mio percorso esistenziale, se vi fosse un filo che legava il bambino che sono stato all’uomo che sono diventato. Non ho mai letto quel libro di Ricoeur di settecento pagine che è rimasto a ricordarmi le mie mancanze dal terzo piano di uno scaffale in legno, ma molti altri mi hanno accompagnato con poche risposte e molte domande e tuttora mi interrogo. Forse, l’identità sta anche nei libri che ho letto e che ritornano talora con i loro frammenti e citazioni per accompagnare momenti diversi della mia esistenza. Forse, oltre all’identità narrativa di cui parla Ricoeur, al raccontarci che ci dà senso, esiste anche un’identità data dalle parole lette che tornano anno dopo anno a dare una forma a ciò che viviamo, a far echeggiare nel presente voci e momenti di altri tempi.

    Dunque, se un giorno vorrò raccontare la mia vita – anche se non so chi potrebbe ascoltarla – penso che lo farò attraverso i libri, attraverso le emozioni generate, attraverso le speranze emerse e svanite con la loro lettura. Ogni tanto, passando tra gli scaffali, ritrovo qualcosa della persona che sono stato. E mi rendo conto che, se mai dovessi scrivere delle memorie, sarebbero le memorie di un arredatore di biblioteche.

  • Qualche giorno fa ascoltavo una canzone di Guccini sui fatti di Genova del 2001, Piazza Alimonda. Mi è venuto in mente che anni fa, in uno di quegli incontri di cui è costellata la mia vita, dove per una sera o per pochi giorni ci si sente molto vicini per poi perdersi per sempre lungo rotte destinate a non incrociarsi mai più, conobbi un’appassionata di musica che aveva una buona conoscenza dei canti di lotta e delle resistenze passate e presenti. Mi disse che forse Guccini avrebbe potuto impegnarsi di più e che Piazza Alimonda era un testo un po’ troppo neutro, un po’ troppo descrittivo, un po’ poco poetico. Mi suggerì un’altra canzone sui fatti di Genova, Dall’ultima galleria, di Alessio Lega, un cantante che conosceva e di cui andava a sentire i concerti – sempre in prima fila, mi disse – e mi mandò il testo e la musica. Ricordo che mi colpirono molto le parole di quella canzone, in particolare alcuni versi:

    Io quando tornerò a Genova dal baracchino del caffè di rito
    l’antico samovar della tristezza, che sta bollendomi dentro al fiato
    questo dolore che mi ha tradito l’enorme sagoma del lutto
    il mio tormento che ho malcelato e queste lacrime che tengo stretto…

    Glielo scrissi, poi parlammo un po’ e non ci sentimmo più, ma ricordai sempre con piacere quei giorni di interazione, quell’incontro casuale che mi aveva lasciato qualcosa, una canzone, qualche verso, un po’ di bellezza e un po’ di tristezza nelle parole di altri.

    Alcuni giorni fa cercavo il testo di Eroina di Mannerini, uno di quegli autori irregolari che mi affascinano, un poeta di cui si trova poco che non sia filtrato dalla sua collaborazione con De André. Ho scoperto, in tal modo, che la persona che avevo conosciuto allora era morta da qualche anno, suicidio, dicevano e di nuovo ho pensato a quella breve interazione, al ricordo negli anni, al samovar della tristezza.

    Oggi che si parla di liberazione e resistenza mi è tornata in mente questa piccola storia e ho rimesso su quella canzone, pensando a come i brevi incontri a volte lascino tracce nella memoria e a come quelle tracce talora riemergano a distanza di anni grazie a una serata di aprile in automobile ad ascoltare dopo molto tempo una canzone di Guccini che parla di Genova.

  • A Peppe, con affetto

    Il padre del contrabbassista non ha sempre saputo di essere il padre del contrabbassista. Fino a un certo punto, ha pensato che il figlio fosse un bambino come gli altri, di quelli che sognano di fare il calciatore, poi si rendono conto che non riescono a prendere la palla neanche con le mani per mancanza di coordinazione e finiscono a fare qualche lavoro che garantisce il mutuo e il posto fisso come l’impiegato alle poste o il prete. Non sa di preciso quando è diventato il padre del contrabbassista. Sa solo che a un certo punto il suo virgulto, sangue del suo sangue, ha deciso di abbandonare gli studi pianistici e che in una giornata d’estate sua moglie, sulla buona strada per diventare la madre del contrabbassista, ha portato il suddetto virgulto ed erede al trono a scoprire quello strumento dalle dimensioni un po’ eccessive che però suonava tanto bene. Il padre del contrabbassista, uomo pratico, forse si era illuso che il figlio, che già si lasciava notare più per le capacità intellettuali che per un’abilità pratica anche media riguardo allo stare al mondo, avesse quel minimo buon senso che gli consentisse di scegliere di suonare uno strumento che fosse agilmente trasportabile. Invece, in un giorno di settembre gli è stato presentato un oggetto di un metro e ottanta e la famiglia ha deciso democraticamente che l’auto del padre del contrabbassista era la più adatta a trasportarlo.

    Il padre del contrabbassista, da allora, ha trascorso molto tempo in quell’auto. Ha portato il contrabbassista alle prove, l’ha aspettato tre ore, è andato a riprenderlo. Se fosse stato un amante della filosofia, avrebbe forse finito l’opera completa di Sartre nel tempo passato ad attendere il contrabbassista. Se fosse stato un lettore di romanzi, avrebbe esaurito la letteratura russa. Più modestamente, il padre del contrabbassista, uomo pratico a differenza del contrabbassista, ha avuto molto tempo per fare telefonate di lavoro o per socializzare con gli altri padri di musicisti, notando come gli altri musicisti avessero la possibilità quasi magica di muoversi autonomamente utilizzando i mezzi pubblici, liberando talora gli augusti genitori dall’incombenza di accompagnarli.

    Il padre del contrabbassista ha sperato allora nell’ottenimento della patente da parte dell’erede al trono, per scoprire poi amaramente che il principe ereditario del Lussemburgo anche dopo aver conseguito la licenza di guida avrebbe molto gradito essere accompagnato dal suo personale ministro ai Trasporti. Ha continuato a trovare centocinquanta modi per smontare la sua automobile per farci entrare il contrabbasso e a chiedere al contrabbassista se si fosse infine deciso a muoversi in autonomia.

    Oggi, poco si sa del padre del contrabbassista. Il contrabbassista, per quello che si dice, fa un lavoro di quelli che la gente ti guarda strano se dici che lo fai, tipo il rapinatore di banche o lo psichiatra. Lui forse pensa con malinconia ai tempi andati, oppure no, guarda la sua macchina ancora intera, riflette sul fatto che non la deve più smontare e in fondo è felice.

  • Es sind die mehreren Dinge auf der Welt,
    so daß sie ein’s nicht glauben tät’,
    wenn man sie möcht’ erzählen hör’n.
    Alleinig, wer’s erlebt, der glaubt daran und weiß nicht wie –

    H. von Hoffmanstahl, Der Rosenkavalier

    Preludio

    In fondo
    la domanda non è quale senso abbia vivere
    ma se lo abbia o meno
    e se davvero sia preferibile
    all’eterna insussistenza delle pietre
    al silenzio senza sguardi dell’infinito
    al buio dell’universo in espansione.
    Procediamo per tesi antitesi sintesi
    intrisi dell’hegeliana strutturazione del tempo
    eppure ci colpisce il primo pomeriggio di primavera
    il calore sulla pelle che fa comprendere che l’inverno è finito
    che il freddo non tornerà ancora per molto.

    Scena

    Philosophier Er Nicht
    canta la Marescialla sul letto nel primo atto
    prima della malinconia per la partenza di Quinquin
    sotto i glicini e le rose di un amore giovanile
    Ma così sono tutte le cose al mondo
    e Marie Theres’ sola sotto il baldacchino
    attenderà di nuovo il ritorno di un altro uomo
    ascoltando un tenore o la nostalgia del Barone
    – con te, con te, nessuna stanza è troppo piccola.

    Così sono tutte le cose al mondo
    e la filosofia in questa notte di venerdì
    in cui tutto è immobile nell’incavo dei giorni
    svanisce tra le emozioni quiete di aprile
    il dolore dell’inverno abbandonato nell’angolo
    tra i gatti addormentati e i troppi libri da leggere.

    Aria

    La domanda non è se abbia senso vivere
    ma se abbia senso fissare la bellezza del mondo
    i lampi di splendore che attraversano l’esistenza
    e li colgono forse
    i malinconici
    i nostalgici
    i poeti
    per perdersi poi a rimpiangerli quando ottobre porta le prime piogge.

    Abbiamo fissato una tristezza accanto alla porta, sopra la mensola
    è la tristezza dei nostri giorni felici
    è la malinconia che vela ogni sera
    in cui abbiamo compreso di stare bene
    di voler fermare l’attimo per la dannazione di Faust
    è la tristezza che ci accompagna da quando l’infanzia
    si smarrì nelle estati della prima adolescenza
    quando un libro era il mondo e il mondo
    improvvisamente si apriva al desiderio di partire.

    Finale

    L’inverno finì in un pomeriggio di aprile
    improvvisamente, senza avvertire
    e camminammo nell’aria calda di una primavera ritrovata
    lasciando indietro le filosofie che avevano acceso le luci di gennaio
    dimenticando le domande e i silenzi di febbraio
    gli interrogativi sulla vita, sulla morte
    sull’inutilità della corsa disperata del tempo
    sulle identità smarrite nello sfiancarsi dei giorni.

    Il polline nell’aria
    assistette allo svanire lento del crepuscolo
    la notte fu fredda
    e ancora una volta
    sognammo.

  • Il crepuscolo mi lasciò solo
    intorno
    l’ombra del silenzio inseguì l’ultima luce
    e i guardiani fuggirono per un gioco d’infanzia
    le armi di vetro lasciate sull’erba
    di una guerra immaginata
    in un’età adulta inventata.

    Qui non si sente il rumore degli uomini
    e la società è il ricordo di un tempo lontano
    Qui le connessioni si spezzano e ognuno rimane
    nella sua solitudine a fissare il tramonto
    gli atomi non si uniscono nel vuoto tutto dei giorni
    ma cadono, semplicemente, come nel sogno di Democrito
    nella perpendicolarità perenne dell’ultima luce
    nascosta tra la sinagoga e un riflesso sull’Arno.

    Ho sofferto gli scontri
    di corpi uniti da legami invisibili
    e ho cercato la strada
    per ordinare il tempo senza perderne il filo
    per dare senso alla morte e alla necessità della fine
    per cancellare la tristezza degli anni spesi a chiedersi
    perché stare qui, un giorno dopo l’altro
    dopo aver compreso l’inganno celato ai bambini
    dopo aver compreso il dolore e che nel tempo della vita
    la felicità è il tramonto pigro di una sera d’estate
    l’ultima luce prima del silenzio.
    Per molto tempo ho assistito l’esistenza
    custode inutile dell’armonia delle sfere
    per molto tempo ho guardato gli uomini e i giorni
    passare come i treni in una stazione secondaria
    veloci, quasi di fretta, senza mai fermarsi
    e gli sguardi immaginati divenivano speranze.

    La dissonanza dei giorni mi ferì
    in una notte di marzo
    quando infine compresi le ragioni del vuoto
    e il senso era una sera
    in cui nulla aveva più contatto con nulla
    ed ero solo nella solitudine dell’universo
    nell’infinità di oggetti piante persone muri case
    che ruotavano senza fine nella calma dei miei occhi.
    Silenziosamente svaniva
    l’eterna illusione di poter turbare
    la grandezza molle dell’Essere muto
    e i volti accanto ai volti si succedevano
    senza toccarsi più per amare o colpire.

    Forse questa è la morte, pensai
    forse questo è il luogo oltre i luoghi degli uomini
    ove il mare della vita trova infine pace
    e la società si dissolve come i sogni dell’alba
    quando la luce filtra oltre le persiane socchiuse
    e ancora non sai dire chi sei, chi eri
    e quali ricordi porti nella tua giacca lisa.
    Forse questa è la morte
    questa non identità, questo niente intorno
    questo perdere le catene dello spazio e del tempo
    ma già il sole spariva e tornava il momento
    che unisce i tuoi giorni ai giorni contati
    dalle anime perse sul ponte di Londra
    e di nuovo ruotavo insieme al mondo degli uomini
    nella sintonia dissonante dei desideri spezzati.

    Mi allontanai nelle strade affollate
    un sabato, in primavera
    distrattamente
    nella tasca del cappotto
    nascosi un frammento di vuoto
    affinché i giorni non cancellassero il ricordo
    che ero stato niente nel niente del tutto
    e che tutto è niente nel fragore del mondo.

  • Via della Croce

    La felicità, di questi tempi, è nell’abitacolo della macchina, quando fuori piove. La radio suona De Andrè e La buona novella sembra qualcosa in cui poter credere – o perlomeno credo al calore che dà, a quel senso di lontananza dalla morte, alla percezione della presenza del futuro. Fuori piove, in questo giorno di allerta meteo che sembra inondare le città senza toccare la campagna, in questo giorno in cui l’unica cosa che arriva qui, in cima alla collina, è una nebbia fitta e le immagini di distruzione sembrano venire da un altro luogo, da un altro tempo, nonostante siano in fondo poco lontane.

    La felicità è in quest’abitacolo lanciato nella notte, perché qui, tra la musica di Via della Croce e il buio della campagna, sembra che si possa ottenere una sospensione del viaggio con la morte in cui ci siamo imbarcati tempo addietro, sembra che si possa tornare a prima, a un tempo in cui ancora qualche illusione reggeva. Ho sempre camminato fianco a fianco con la malinconia, con la nostalgia, con la perdita. Ho sempre elaborato lo sfilacciarsi della vita giorno per giorno, la consapevolezza che ogni momento d’amore, d’affetto, di amicizia è in fondo un frammento di qualcosa che svanisce senza poter essere trattenuto fino in fondo, che la felicità forse è una cosa semplice davanti al mare, come scriveva Izzo, ma è anche un correre a vedere il colore del vento, come canta De Andrè, un momento che svanisce non appena la marea serale porta la bonaccia. E dunque ho sempre avuto bisogno di luoghi in cui sapere di poter ritrovare la felicità, luoghi da cui tenere fuori la morte, la consapevolezza della fine di tutto, il tutto è vanità su cui insiste l’Ecclesiaste. Questo abitacolo, questa musica, questa solitudine sono uno di quei luoghi.

    Oggi venivo sollecitato sulla serenità della fede, su quanto la fede porti ogni risposta. Di risposte in realtà le mie letture inquiete della Bibbia ne hanno portate molto poche. Dio è vicino, ma nascosto, misterioso, difficile da afferrare, incomprensibile sul senso del dolore come scopre Giobbe nella sua interrogazione riguardo alla sofferenza. Forse, anche lui riesce a sopravvivere rimanendo in abitacoli colmi di felicità, che siano ben separati dal mondo di fuori, pieno di una crudeltà difficile da sostenere. Chissà, forse anche lui ascolta De André. Forse anche lui pensa alla morte. Forse anche lui si chiede, a volte, se tutto abbia avuto senso.

  • Anchise

    Sai
    diventiamo vecchi
    quando non c’è più nessuno che ci ricordi bambini
    quando lo sguardo non vede oltre il volto che siamo
    oltre le rughe illuminate
    dal bagliore della città in fiamme.

    La città brucia
    – così breve è stata la sua vita
    così brevi sono stati i nostri sogni
    e troppo presto abbiamo desiderato di morire
    tra le macerie dei giorni disfatti
    o quantomeno rivivere
    per provare ancora

    La città brucia
    – abbiamo bevuto un ultimo whisky
    nel giorno della vittoria
    gli Achei avevano liberato la vista del mare
    e di nuovo, dopo anni,
    avevamo traguardato l’orizzonte e il cielo terso
    senza il rumore delle armi
    o il timore della fine.

    Un tempo abbiamo camminato nelle strade silenziose
    di notte, in cerca di uno sguardo o di un incontro
    abbiamo inseguito la giovinezza in un gioco di bambini
    – in libreria, la ragazza con gli occhi scuri cercava poesie
    chiedeva un consiglio
    e una mano stretta nel chiarore di una lampada
    tu scrivevi versi per dimenticare l’angoscia
    e l’oscurità di una chiesa accoglieva ogni malinconia
    quando il bagliore degli incendi era ancora lontano.

    Fuggiamo
    tra le rovine di ciò che abbiamo pensato
    che avremmo avuto un giorno
    e bastava attendere, tutto era lì
    a portata di mano
    o di tempo
    Per Enea, forse, verrà il giorno di un’altra utopia
    e ricostruirà illusioni in riva al Tirreno
    ma l’uomo sulle spalle non ha che rughe sul volto
    e nessuno che lo ricordi bambino
    le sue notti giovanili
    non sono mai esistite nello sguardo del mondo
    e la memoria di un tempo, forse
    era solo un delirio.

    Sai, Enea
    queste fiamme non distruggono niente
    tutto era già morto da molti anni
    da molti anni la fine non era
    che un’amica da attendere
    alle porte del Tempio
    tutto era già morto da molti anni
    non potevamo avere niente di ciò che sognavamo
    e il tempo non avrebbe portato che nuove delusioni
    nuove attese da sfinire anno dopo anno
    avevamo già perso e lo sapevamo bene
    e il nostro mondo marciva tra le pieghe della morte.

    Quando la nave partì, non si guardò indietro.
    Si sedette a prua e chiuse gli occhi
    Il sonno, quando giunse, non portò sogni.

  • È da un po’ che i miei progetti puzzano di stantio. È da un po’ che i sogni che avevo hanno perso ogni entusiasmo e che il futuro sognato è diventato una memoria. Ora non so di preciso cosa attendermi, come sottrarmi al trascinarsi del tempo. È una stanchezza strana che mi accompagna in questa sera quasi primaverile. Mi fermo nella chiesa di Santa Trinita, chiudo gli occhi, mi sembra di riuscire a non essere, di raggiungere il vuoto di cui parla Byung-Chul Han nel suo libro sul pensiero orientale. In fondo, fin da piccoli siamo abituati a fare progetti, a vedere il futuro come il luogo in cui tutto andrà meglio, in cui potremo costruire qualcosa in cui riconoscerci. In psicopatologia si usa una parola presente anche in Dante, “infuturazione”, per definire il protrarsi o meno verso il futuro. Se ti infuturi in modo positivo, se vedi i giorni e gli anni a venire come un luogo in fondo buono, il medico si tranquillizza, se non lo fai, si preoccupa. Eppure, ha davvero senso infuturarsi? Vedere il futuro davanti a sé come un luogo felice, come un terreno su cui combattere, su cui costruire, su cui difendere ciò che abbiamo di caro? Ha senso pensare ad un futuro che, a vederlo razionalmente, sarà piuttosto segnato dal cambiamento climatico, dall’ombra della guerra, dall’inflazione e, infine, dalla morte? Non sarebbe meglio non infuturarsi, lasciare che al giorno segua un altro giorno, rinunciare alla strutturazione progressiva dell’identità in favore di un vuoto che salvi, di un esserci qui ed ora che preservi dall’angoscia? In fondo, anche l’ansia e l’angoscia parlano di futuro. Parlano di essere sull’orlo del baratro, infuturano l’Apocalisse e forse hanno anche maggiore ragione di esistere nel nostro tempo al posto dell’infuturazione positiva cara agli anni gloriosi del capitalismo o all’ottimismo neoliberista.

    In libreria prendo un libro di Byung-Chul Han, Contro la società dell’angoscia. Comprare libri è sempre stato il mio modo di contrastare la tristezza, quasi che avvicinarmi alle storie mi restituisse una dimensione di umana prossimità, un calore che allontana la sofferenza del mondo. Fuori, la città si avvia pigramente verso marzo. Canticchio qualche verso di Povera Patria di Battiato sulla primavera che tarda ad arrivare, ma in fondo mi rendo conto che è ancora presto. D’improvviso mi accorgo che la attendo con speranza. E d’improvviso mi rendo conto che in fondo ho bisogno anch’io della mia piccola fiammella di futuro.

  • Cronorifugio

    Non deve essere facile tradurre il bulgaro, penso in questa mattina stanca di metà inverno. F. è fuori casa, è andata a consegnare l’ultimo gatto della cucciolata e così finisce una piccola parte della nostra vita, quella passata a far nascere e crescere felini di cui condividere le foto con gli amici e da tenere accanto sul divano nelle sere d’estate o d’inverno durante l’ennesima maratona di film di Harry Potter. Il telefono suona, vibra, accumula notifiche secondo la necessità contemporanea di avere costantemente una comunicazione, una vicinanza; il telefono suggerisce un’urgenza, un’impossibilità di procrastinare, una necessità di non far attendere chi scrive e di sperare, dopo la risposta, in una replica rapida. Me ne rimango qui a leggere Gospodinov che scrive di cliniche in cui si ricostruisce il passato e penso che tradurre il bulgaro deve essere difficile e penso a quale sarebbe il tempo in cui vorrei farmi rinchiudere, il tempo in cui rimanere in eterno.

    Peraltro – tra parentesi – mi viene in mente come l’immersione nel tempo manchi a questi giorni inquieti, a questi anni in cui all’urgenza succede l’urgenza, in cui sembra che ci sia sempre qualcosa di fondamentale da occuparsi e in cui la vita scivola via dalle dita mentre c’è sempre altro da fare. Manca il vuoto della contemplazione, il rimanere in una mattina d’inverno a fissare il soffitto, la pianta finta in fondo alla stanza, a leggere un libro senza altra utilità che trarre piacere dalle immagini che evoca. Cosa ne sarà del nostro tempo, come potremo metterlo nella clinica del tempo del Gaustìn di Gospodinov quando la memoria sarà troppo poca per ricordarlo? Probabilmente una sinfonia di suoni puntuali che richiamano all’azione – suonerie, messaggistica – luci di schermi con la stessa finalità e, a volte, il piacere silenzioso di ignorare tutto, di negare l’urgenza, di lasciare i minuti scorrere inutilizzati, perché l’esistenza in fondo non è un sacco che va riempito di azioni, bensì un lampo dello sguardo, un affacciarsi al mondo per osservarlo per un attimo prima di abbandonarsi di nuovo all’oscurità.

    In quale epoca vivrei, mi chiedo. Ho in mente un posto e un tempo. Ho in mente l’estate, negli anni Novanta, a casa dei miei nonni – una casa che non esiste più, che da tempo viene nutrita solo dalle madeleine delle foto che riemergono dai cassetti o dalla memoria del telefono oppure, ancora, dai sogni profondi, in cui mi sento ancora là e il tempo non sembra passato. Ho in mente quel luogo e forse è lì che vorrei immergermi, è quello il momento che vorrei fissare, oppure, qualche anno più tardi, i giorni dell’adolescenza in cui in quelle stanze scoprivo i romanzieri russi, scrivevo racconti, mi entusiasmavo per Montale e per la letteratura italiana del Novecento. Ma nei giorni dell’infanzia, in quelle estati dal tempo sospeso di cui la memoria riporta solo frammenti, senza ricordare né l’anno né il mese come nelle pagine su Combray del primo volume della Recherche, tutto sembrava ancora intero, il mondo aveva ancora una sua solidità di senso e il futuro era solo un sogno da fare a sera e non un incubo, né una speranza nelle magnifiche sorti e progressive. Chiudendo gli occhi, intravedo la luce che filtrava dalle serrande abbassate al mattino, sento le voci dal corridoio e mi sento di nuovo là. Poi, il presente, che non è quello delle stanze della clinica gerontopsichiatrica di Gaustìn, mi richiama rapidamente.

  • Abitare relazioni

    Abitare le relazioni è come abitare le case. Mi viene in mente in questa notte di Natale, mentre dormo in un letto a casa dei miei genitori che non è più quello della mia camera, in una stanza diversa. Di stanze che non erano mie e che lo sono diventate, nel tempo, ce ne sono state tante, così come molte stanze che ho abitato sono scomparse e non rimangono che nel ricordo o nelle evocazioni del dormiveglia delle domeniche mattina in estate, quando rimango con gli occhi socchiusi e immagino di avere ancora sette anni, di essere sul letto di legno sotto le foto di me bambino, a casa di mio nonno, con i rumori dalla cucina a indicare che qualcuno si è già alzato. Delle case colpiscono inizialmente aspetti macroscopici – le dimensioni delle stanze, la bellezza degli esterni, una scalinata nell’ingresso – poi iniziamo a sentirle davvero nostre quando a piacerci è un dettaglio che appartiene solo a noi, un angolo del divano da cui si intravede un albero sulla strada, una finestra che, quando è illuminata, segnala che troveremo nell’abitazione qualcuno a cui teniamo, alcuni libri buttati su uno scaffale, che leggeremo, ci diciamo, prima o poi. Così, delle persone con cui entriamo in relazione all’inizio ricordiamo una frase che ci ha fatto sentire compresi, uno sguardo, un momento di calore condividendo una birra e una storia. Passa il tempo e quello che cerchiamo dell’altro diventa estremamente specifico: una determinata modalità di scherzare su alcuni argomenti, l’abitudine di salutarci sorridendo quando rientriamo a casa, mentre si avvicina all’ingresso al sentire i nostri passi che arrivano, la musica che mette quando cuciniamo insieme o la sua tendenza ad addormentarsi durante i film. Sono i piccoli dettagli che sentiamo nostri, i dettagli che parlano della familiarità che abbiamo costruito, del nostro sentirci a casa con lui o con lei.

    Abitiamo le relazioni come abitiamo le case e abiterò questa nuova stanza come ho abitato quelle che l’hanno preceduta, con una diffidenza iniziale e con una progressiva raccolta di dettagli, momenti e memorie che me la faranno sentire mia, che mi faranno sentire il caldo di un luogo che in qualche modo mi appartiene. È la vigilia di Natale, ho visto persone a cui voglio bene, persone la cui vicinanza mi dà il calore della familiarità, di una storia costruita insieme. Mi sento in un luogo buono, anche se i rumori si attutiscono, anche se la notte ormai è calata. Attenderò il sonno leggendo Mèlich che parla della precarietà della vita, della vulnerabilità e del desiderio di essere, a volte, accolti.