Indossando il suo cappotto grigio salutò cerimoniosamente
– fuori, la pioggia usata di dicembre
disegnava nei rivoli grigiastri del marciapiede
il labile confine tra la felicità
e un dolore da custodire nel gelo dell’inverno
quando sul margine delle sue possibilità sprecate
avrebbe sognato le vite smarrite nella sua esistenza di spettatore
della lenta discesa delle donne al binario 2 del tram nei pomeriggi d’estate.
E i libri lo avevano illuso
– aveva creduto forse
di poter inseguire un frammento di bellezza
nell’ovatta dei giorni di una giovinezza sfiorita
ma i poeti ingannano e le mattine rarefatte di novembre
hanno la concretezza greve della tristezza
e gli occhi delle passanti fissavano altri silenzi
senza lasciare che un’increspatura
nella trama elettrica della fantasia.
Nelle vestigia del giorno camminò piano come un tempo
quando vegliava i cadaveri di dieci anni di guerra
e il cavallo non era stato ingegno ma stanchezza
l’infinita stanchezza di inseguire
la giovinezza di Elena svanita dietro le mura antiche
l’orgoglio inutile di Menelao riflesso negli occhi vuoti dei soldati
per sempre fissi nel tramonto sul Bosforo.
Quella notte Nausicaa gli apparve di cristallo
– il suo amore in trasparenza
sui cuscini rossi della sua stanza al primo piano
piena di manifesti e di racconti di viaggi
aveva la compiuta gioia dei sogni dell’alba
quando torni ad assopirti e ignori ogni timore
e la felicità è un gioco semplice e l’esistenza un inganno.
La guardò negli occhi
in quella sera di stanze infrante contro la disillusione del gelo
– la figlia dell’orologiaio usciva dalla porta dei suoi ventitrè anni
e colorava le mura della città con la sofferenza degli uomini
imprigionati tra le rovine di un futuro smarrito.
Era stata regina, dicevano, un tempo
quando le voci lontane nelle sere di festa
dipingevano i giorni ancora da esplorare
e la strada perduta in fondo alla pianura
riconduceva agli inganni di un’infanzia incompiuta
ai sogni di vetro ricolmi di luce
con cui proteggersi dal gelo di gennaio
quando fosse tornato di nuovo l’inverno.
Ora solo l’orologiaio contava i minuti
nel silenzio beffardo di una bottega di periferia
e nessuno entrava più per chiedergli
di misurare la distanza che lo separava dagli anni
in cui avrebbe preso la via del Sud
per incrociare l’assenza che aveva desiderato essere
sotto la luce dei lampioni all’inizio della primavera.
E forse voleva riparare il tempo
l’orologiaio con i grandi baffi che era stato re
il tempo distrutto in quel mattino d’estate
in cui i giorni da vivere erano stati rubati
da un commerciante di ombre venuto dal nord.
E forse voleva riparare il tempo
nel suo presente di molle e viti unte
di ingranaggi che riproducevano l’esattezza dell’universo
senza saper inventare il caos di Dio.
Gli uomini oltre il vetro sapevano già le sue storie
e passavano senza fermarsi toccandosi il cappello
– lui ascoltava il passato nei vecchi dischi
e immaginava lo straniero inventore di isole
sbattuto sulla spiaggia da una guerra lontana
e Nausicaa, i suoi vent’anni novembrini,
il suo sorriso sul volto sbiadito dal vento.
Lo straniero e la figlia dell’orologiaio
si sedettero infine sulla riva del mare
e osservarono il punto in cui la realtà si fa ricordo
e la familiarità dei luoghi consumati dai passi
un rimpianto scolorito nelle sere di abbandono.
Forse Ulisse le disse di amarla
o forse le prese soltanto la mano
e le sfiorò la guancia con il segreto dei suoi racconti
di viaggiatori inquieti che salivano in fretta sull’ultimo traghetto
senza mai affacciarsi sul ponte
nella luce rosata del tramonto
per salutare un’ultima volta.
Dicono che all’alba fossero già lontani
– l’orizzonte mostrava il profilo di isole perdute
di cui nessuno conosceva il nome –
e la loro nave non fu vista mai più
persa ad inseguire il loro sogno d’Oceano.
La vernice sbiadì e tutti dimenticarono
quelle sere d’inverno in cui negli occhi azzurri di Nausicaa
avevano ascoltato il riflesso delle loro vite
e forse
avevano sperato ancora
che tornasse l’estate.
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