Marsiglia, 16 luglio 2026

Vecchia, sporca Marsiglia. La città più antica d’Europa odora di spazzatura lasciata al sole, di smog, talora di urina. Almeno questo sento scendendo dalla stazione e attraversando il traffico mentre mi dirigo verso il porto.

Non so di preciso perché sono qui. Non so dove andare, non so cosa vedere. So per chi sono qui. Per Jean-Claude Izzo, per la sua malinconia nel raccontare la fragilità della vita tra una nuotata e l’altra di Fabio Montale nelle acque di questo Mediterraneo. Per Jean-Claude Izzo, morto troppo presto e quando lo scoprii a ventisei anni quasi piansi sapendo che aveva scritto pochi libri e che quindi, una volta esauriti quelli, non avrei più provato il brivido della parola nuova sulla carta, della frase di cui stupirmi per la prima volta. Izzo è stato l’autore che forse più mi ha segnato, che mi ha spinto a leggere libri e poesie, che mi ha fatto scoprire Ghiannis Ritsos, altro mio riferimento, attraverso una citazione in Marinai perduti. Izzo raccontava Marsiglia, la sua natura di porto e di luogo d’incontro, le sue contraddizioni, il Front National in ascesa e la sinistra forte. Izzo raccontava la dimensione intima di questa città, la tristezza sottile dei luoghi di mare in cui pochi vengono per rimanere, ma tanti approdano per qualche tempo e poi riprendono il largo. In quegli anni, nei giorni inquieti dei miei ventisei anni, era così anche la mia vita, dove le persone andavano e venivano e nessuno si fermava mai. Rimaneva giusto il ricordo di un sorriso, di un gesto, di una storia.

È quando arrivo al Fort Saint-Jean, dopo aver superato la ricchezza ottocentesca della Cattedrale e il rigore antico della chiesa di Saint-Laurent, che improvvisamente comprendo quello che in fondo ho sempre saputo delle città di porto. Sono luoghi che nascondono la loro bellezza, come se volessero preservarla dalle persone che vanno e vengono senza fermarsi. Me lo disse qualcuno, anni fa, uno dei viandanti della mia vita di allora, durante un pranzo ad Ancona prima di una premiazione per un concorso di composizione. E anche Marsiglia è così. La bellezza del Fort Saint-Jean mi colpisce, mi trovo ad aggirarmi meravigliato tra le sue mura, ad affacciarmi sul Vieux-Port, sul Mediterraneo che si inserisce nella città, sulla chiesa di Notre-Dame-de-la-Garde che incombe dall’alto su Marsiglia. E la sensazione si rafforza e cresce quando mi immergo nel quartiere storico del Panier, tra la street art presente un po’ ovunque e le strade che salgono e scendono, che si trasformano in scale, che ospitano fiori e piante gestiti collettivamente su cui qualcuno ha posto cartelli con frasi motivazionali. Si riesce a vedere qualcosa della vita di questo luogo, qui. Tre ragazzi di discendenza verosimilmente nordafricana portano con sé quelli che sembrano dei pezzi di una cucina. Un uomo anziano in tunica li ferma, dice loro “Salam alaykum” con lo stesso tono di voce tra il perplesso e l’irritato di mia madre quando prendevo qualche iniziativa poco ortodossa con cui non concordava. Loro rispondono in fretta e vanno via ridendo, accompagnati dalla disapprovazione dell’uomo in tunica. Più in là, nella piazza in cui ci fermiamo a mangiare, assistiamo a una conversazione tra un tale che sta recuperando un monopattino elettrico per fare ritorno a casa e un altro a torso nudo sul balcone. Parlano di informazioni generiche, il lavoro, la giornata, poi si salutano ed è curioso notare l’ultramodernità del mezzo di trasporto dell’uomo in piazza a fronte della modalità antica di comunicazione, che mi riporta a certe scene viste in Abruzzo durante la mia infanzia, quando a stare al balcone ero io e le persone, passando sotto casa, mi salutavano e mi chiedevano come stessi. Al centro della piazza, sopra un vaso, c’è una pianta sradicata. Il motivo per cui sia stata sradicata e messa lì diventa rapidamente oggetto di conversazione tra i passanti e una donna chiede a tutti i presenti se ne sappiano qualcosa. Ma nessuno sa niente, neanche l’uomo al balcone che rientra mestamente in casa. L’albero sradicato rimarrà un mistero.



Prima di riprendere il cammino, finisco sulla Canebière. Nel caos delle persone che salgono e scendono dal mare in un flusso che mi ricorda quello della Rambla barcellonese, mi fermo a un banco che vende libri a tre euro, proponendo una strana selezione di testi russi in lingua originale, poesia neogreca, libri in italiano. Riparto con un libro di Kavafis in greco (ho sempre desiderato avere a disposizione le sue poesie in lingua originale, per quanto le mie conoscenze in merito di traduzione del neogreco siano limitate), un testo di canzoni popolari russe in russo, qualche libro da riportare a coloro a cui vorrò raccontare questo viaggio e un testo di Vito Teti che dovrebbe essere una sorta di censimento dei paesi semiabbandonati del Sud Italia. Mi sembra una buona rappresentazione dell’atmosfera di questa città di porto, dove per secoli le lingue si sono confuse, dove gli italiani hanno parlato con gli algerini e i francesi con i greci e i portoghesi.

Riparto da qui con l’impressione di aver capito qualcosa in più su di te, Jean-Claude, sulle tue storie in cui si mescolano il passato e il presente, in cui i racconti di persone provenienti da luoghi diversi si fondono e divengono narrazione comune. Dalla stazione di Saint-Charles si vede il mare, si vede il Vieux-Port, si vede la città. Ho trovato qualcosa, qui. Ho trovato la bellezza misteriosa delle città di porto, che non è in quello che si vede ma in quello che si scopre, non è in quello che si sente ma in quello che si riesce a cogliere ascoltando attentamente. E ho ritrovato il profumo inseguito anni fa nelle pagine di un libro, in tempi in cui partire era ancora un sogno impossibile.

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