Il meteo delle diciotto annuncia pioggia sul litorale. Un’intervista di Telemaco al telegiornale ricorda il padre disperso anni prima. Un sostenitore di Agamennone difende le ragioni della guerra di Troia, contestata dagli universitari in piazza a Micene. Intanto si è fatta notte e la televisione suona in lontananza. Indistinta.
La notte attraverso i vetri ha il suono del mare in burrasca del vento della pioggia. Nella sala grande raccontiamo storie alla luce pallida di una lampada – il re riposa nella sua stanza al terzo piano e Nausicaa, lo sguardo dei quindici anni inquieto nella penombra della tempesta d’estate forse attende una partenza un treno per il nord per la Svizzera italiana e in un pomeriggio stanco dietro una pinta di birra la voce di un Kerouac stonato oltre il rumore della stazione oltre i vagoni che sfrecciano senza fermarsi mai.
II
Ricordo un pomeriggio di settembre – Odisseo aveva appena disertato e il giorno del sacrificio l’indovino annunciò la fine dei giorni incerti. Sarebbe giunto uno straniero dopo una notte di tempesta e avrebbe spiegato tutto, mettendo insieme i pezzi infranti delle nostre storie senza senso. Da allora lo attendo. Lo attendiamo tutti, quando il mare è in burrasca.
Da molti anni, nelle notti di tempesta attendiamo uno straniero venuto dalle onde attendiamo che porti via dagli occhi la tristezza del tempo immobile che porti via dal cuore l’angoscia della fine che porti via dalle mani la solitudine di centinaia di sere a raccontarsi la vita senza trovare un senso ad aspettare alla stazione un treno che non si ferma ad illuminare con la lampada le speranze deluse. Attendiamo come abbiamo atteso Dio un tempo nel deserto quando ancora il respiro dei giorni raccontava di una terra lontana circonfusa di bellezza del latte dei sogni oggi il signor Godot lavora alla reception, nell’albergo in piazza – la sera scende in strada fumando la pipa saluta i passanti di ritorno dal mercato e non promette giorni felici, né attende altro che il giorno della paga, mese dopo mese e il sorriso di un tempo è una piega del volto un’ombra sottile nelle mattine d’estate.
III
Nella sala grande il rumore della pioggia si dirada. Dalla strada una radio suona Elton John. Hold me closer, tiny dancer…
Tienimi stretto che la notte è lunga che il mondo sta per finire che ci siamo annoiati del gioco della guerra che quello degli eroi è un mestiere di un giorno. Nausicaa, ascolta: Achille aveva vent’anni non voleva uccidere né morire si nascose in un’isola vestito da donna lo trovarono e al fronte lo videro ammazzare lo videro cadere un eroe, dissero un eroe di vent’anni un volto di vent’anni nella piazza di Micene su manifesti ingialliti alzati verso il cielo dai giovani in rivolta contro la leva obbligatoria contro la guerra di Menelao per una vendetta personale contro gli eroi di vent’anni nella polvere di Troia le foto d’infanzia nei ricordi in televisione.
IV
Telemaco nell’intervista ha la giacca azzurra e la cravatta del padre. È sorpreso, dice, che, tutti questi anni dopo la diserzione e la fuga, Odisseo sia diventato uno dei simboli della protesta, l’uomo che, costruendo un cavallo di legno, si fa lasciare sulla spiaggia dicendo che risolverà l’assedio e poi si consegna ai nemici in cambio di un biglietto per una nave destinata alla deriva. “Non penso che sia stato un eroe – dice – Gli eroi sono quelli che muoiono per la patria. Come Achille”.
Nella schiuma del mare del primo mattino Odisseo alzò la testa tra i residui del naufragio. Quando dischiuse la gola per chiamare aiuto aprì la bocca e nel silenzio dei gabbiani la sua voce fu muta nel risuonare delle onde. Lo videro giungere, testimone senza suono dell’interezza del tempo – nella piazza grande a sera si cantava la tradotta che parte da Torino e a Milano non ferma più e la va diretta al Piave cimitero della gioventù nella sala grande a sera si cantava Elton John hold me closer, tiny dancer tienimi stretto ora che ho tradito ora che ho fallito ora che il mondo è finito ora che mi sono smarrito.
Non so quando è stato che ho smesso di leggere romanzi. Forse il punto di passaggio è stato l’inizio della specializzazione, la necessità di formarsi, studiare, leggere per dare ordine a una costellazione di volti, voci e situazioni che conoscevo poco e in cui faticavo a orientarmi. Forse è stato il bisogno, poi, di inquadrare ciò che osservavo in un contesto sociale e culturale, in un frangente storico, per riuscire a passare dall’individuale al collettivo. Comunque sia, se per molti anni la letteratura di finzione era stata per me la principale modalità di accesso alla comprensione del reale, da un lustro ho iniziato a costruire uno sguardo sul presente e sul passato attraverso la saggistica, con rare intrusioni nell’universo romanzesco.
Mi ha dunque molto colpito la lettura di “Alla linea” di Ponthus, autore scoperto quasi per caso in una delle mie esplorazioni estive in cui mi perdo nelle librerie. Mi ha colpito perché mi ha restituito quella capacità della letteratura e della poesia di dare uno sguardo immediato e sintetico di una realtà complessa – la frammentazione e la precarizzazione del lavoro nel mondo contemporaneo, il persistere della fabbrica e delle dinamiche marxiane di alienazione, una certa dimensione totalizzante e usurante propria di molte occupazioni nel mondo contemporaneo che invadono la vita fino a rendere impossibile qualsiasi evasione (“un testo – scrive Ponthus – sono due ore/due ore rubate al mangiare alla doccia alla passeggiata del cane”). E mi ha colpito la capacità di restituire alla letteratura e alla poesia quella dimensione di resistenza che avevo amato nei testi di Izzo, nella loro rivendicazione di spazi di umanità in una contemporaneità sempre più conflittuale. E poi, il verso libero, la poesia che esce dal ritiro nell’interiorità tanto sperimentato nell’ultimo trentennio per farsi di nuovo carne, dolore, protesta, come nei versi di Hugo, di Aragon, di Majakovskij.
La trama è apparentemente semplice – Ponthus, trasferitosi da Parigi per seguire la moglie, deve abbandonare la sua occupazione nel sociale per andare a lavorare in fabbrica come interinale. Eppure, in questo libro ho trovato un universo di volti e di storie spesso racchiusi in pochi versi o in poche pagine con estrema precisione, vicino in qualche modo alla costellazione di vicende che si trova inframezzata alla trama principale in romanzi-mondo come “Cent’anni di solitudine” o “Guerra e pace”. Il vissuto della fabbrica non ê mai limitato alla dimensione soggettiva, si nutre di relazioni, di conversazioni, di storie, costruendo l’immagine vivida di un destino collettivo, il destino di chi, come la Vincenzina della canzone di Jannacci, guarda la fabbrica “come se non c’è altro che fabbrica”.
Non so quando è stato che ho smesso di leggere romanzi. Non so quando è stato che ho smesso di entusiasmarmi per un romanzo al punto di rimpiangerne la fine. Con questo libro di Ponthus è successo.
Sulla battigia, ai confini del mare i bagnini si danno le consegne come in reparto alle quattordici, o prima, o dopo si raccontano le storie, i matrimoni, le sfortune.
Forse parlano dell’acqua, della temperatura, del meteo o forse di nulla o di poco, della serata prima, del sonno perduto e io sono una figura sullo sfondo, in un angolo della spiaggia – il libro in mano parla di lotta di classe qui qui dove tutto è immobile da sempre qui dove il mare sempre ricomincia andando e venendo stagione dopo stagione senza sapere niente di Maggie Thatcher – non c’è società solo individui – delle reti che si sfrangiano lasciandoci soli delle identità collettive che si sfaldano e di colpo nel buio di una camera in città non attendiamo più che qualcuno entri solo Tom Hobbes che sussurra in un angolo odia il prossimo tuo come te stesso.
Sull’Adriatico dove gli individui si smarriscono nel rumore delle onde le storie e le vite si sospendono in un presente che è passato, in un futuro assente in un meriggio che non ha altro scopo che condurre a sera e ogni giorno non ha senso che in se stesso.
Sul comodino un altro libro, da leggere all’alba – il passato non serve più per costruire il futuro dice tutto è confuso nella nebbia del presente. Sullo sfondo Fukuyama si immerge nelle acque di agosto proclamando una bellezza che non salverà il mondo sulla spiaggia i bagnini si danno il cambio raccontando parole che non sentirò mai ovunque l’Adriatico, dove la storia non inizia nelle pieghe del mare, nel rumore delle onde, nei gesti ripetitivi anno dopo anno.
Nelle mani, raccolta l’acqua della riva che scivola tra le falangi tra le dita ritrovo quello che i giorni hanno sottratto i pensieri, le speranze, la lotta di classe, il futuro quello che i giorni hanno dato la tristezza, la malinconia, la disperazione e il vuoto che rimane ha il rumore del mare e un sorriso fugace nelle increspature del tempo.
Ma andate a lavorare i campi a zappa che l’ansia vi passa in mezz’ora !!!
Utente su Facebook
Una persona di normale intelligenza ma abituata a pensare in proprio, salta dalla sedia quando legge “ecoansia”. Invece noi abbiamo un ministro che si commuove, quindi vi auguro di fare soldi a palate. Perchè non si può avere pietas di deficienti che prima si fanno condizionare e poi ricorrono a voi..
Utente su Facebook
Migliore terapia: alzarsi presto e andare a lavorare
Utente su Facebook
la miglior cura? un mese nellabaraccopoli di Calcutta e vedi come ti passa. Curate pure l’euroansia?
Utente su Facebook
Il vuoto di futuro produce apocalissi. Sembra lontano il tempo in cui Fukuyama proclamava la fine della storia, in cui il futuro veniva soppresso dal neoliberismo dominante in favore di un presente di benessere e democrazia. Secondo una logica che apparteneva già a Hegel, Fukuyama alla fine del secolo scorso riteneva che il passato avesse avuto la funzione di condurre fino a quel preciso punto, al trionfo dell’Occidente contro il blocco socialista e all’espansione mondiale dell’economia di mercato, e dunque, ora che l’obiettivo era stato raggiunto, non vi era più alcun progresso possibile, alcun futuro da costruire apprendendo dalle vicissitudini dei secoli trascorsi. Ora che le aspettative di allora di “magnifiche sorti e progressive” sono crollate, ora che gli scricchiolii del sistema sono evidenti sia per le evidenti diseguaglianze del capitalismo globale che per i segnali sempre più allarmanti del cambiamento climatico, è ovvio che una cultura senza futuro, senza la possibilità quindi di strutturare un’idea di mutamento che porti a un avvenire migliore (perché l’avvenire, lo dice Fukuyama e lo dice la struttura del tempo nel capitalismo per come analizzata da autori come Helmut Rosa e Enzo Traverso, non ha spazio nella società contemporanea) produca il senso della fine del mondo imminente. Non sta finendo il nostro mondo, come speravano i marxisti quando cercavano di individuare i segni dell’imminente crollo del capitalismo, sta finendo il mondo tout court. E quindi ecco che appena un avvenimento destabilizza o sottolinea la necessità di cambiare il sistema, la lettura che ne viene data è apocalittica: c’è una guerra in Europa e si paventa il disastro nucleare, vi sono i segni del cambiamento climatico e si parla di un disastro imminente senza fare riferimento alla possibilità di politiche di riduzione delle emissioni. Perché l’apocalisse ha questo di bello: se il mondo sta finendo, è inutile impegnarsi politicamente, è inutile chiedere un cambiamento politico, tanto la fine è vicina e inevitabile. L’apocalisse è assolutamente conservatrice. L’apocalisse è reazionaria, anche se, come scrive Bifo, la consapevolezza della fine può essere utilizzata per creare cambiamenti.
Se l’unica categoria di lettura di ciò che avviene è legata alla fine del mondo, è inevitabile che la reazione a ciò che avviene sia la paura, che è un’emozione evolutivamente sviluppatasi proprio per segnalare all’organismo un pericolo o il rischio di morire e per prepararlo a fronteggiarlo. Quindi da una parte si svilupperà una paura o un’ansia legata, ad esempio, al cambiamento climatico che può giungere fino a bloccare e a rendere inermi, dall’altra parte vi sarà chi cercherà di allontanare la paura dicendosi che non sta succedendo niente, ossia utilizzando quella che in termini psicoanalitici viene definita una difesa di negazione: non ho angoscia perché non è vero nulla, perché stanno mentendo, perché fa caldo, ma in estate ha sempre fatto caldo e chi dice il contrario lo fa per interessi più o meno oscuri.
È in questa ottica che vorrei leggere quanto accaduto in questi giorni intorno all’Associazione Italiana Ansia da Cambiamento Climatico. I fatti: la testata “Libero” riprende, in modo irridente, un decalogo dell’AIACC pubblicato altrove riguardo alle modalità per ridurre l’ansia da cambiamento climatico – varie delle quali sono volte a stimolare l’attivismo, quindi a ridurre il senso di inevitabile apocalisse imminente – e scrive che per l’Associazione invita a votare per il Partito Democratico. Dopo la pubblicazione, una discreta quantità di persone inizia a scagliarsi contro le pagine Facebook e Google dell’Associazione nella migliore delle ipotesi negando il cambiamento climatico e producendo fantasiose ipotesi complottiste, nella peggiore facendo ironia su chi di ansia da cambiamento climatico soffre e richiede aiuto per tale problema. La chiave di lettura proposta è sostanzialmente uniforme: l’ansia da cambiamento climatico deriva da una condizione di benessere dei giovani, non abituati alla durezza della vita e dotati di molto tempo libero per pensare a strane cose come il cambiamento climatico, e l’unico rimedio è il lavoro duro, fisico, come dissodare i campi con una zappa, oppure sottoporsi a privazioni che tolgano dalla testa queste idee curiose. Purtroppo, così come le tesi complottiste proposte non risultano particolarmente originali (alcuni commenti citano ancora Bill Gates come massimo esponente del nuovo ordine mondiale), anche l’ironia su chi soffre di condizioni ansiose legate al cambiamento climatico non è nuova e ha anche un nome. Si chiama stigma. È una visione che ritiene chi è vittima di un disturbo mentale diverso dal resto della popolazione o addirittura meritevole di esclusione sociale per il fatto stesso di soffrirne. La persona sofferente viene denigrata, ad esempio con l’argomento molto diffuso per cui i disturbi mentali nascono dall’ozio. Tale argomento, peraltro, è il motivo per cui per molto tempo nei manicomi si è praticata l’ergoterapia: si riteneva infatti che, se non si tenevano occupati gli internati, vi era il rischio che peggiorassero, mentre la letteratura scientifica ha poi dimostrato che era proprio il ricovero prolungato in ospedale psichiatrico a cronicizzare la malattia e a ridurre sempre di più il funzionamento individuale. Ecco, in questo assalto collettivo alle pagine dell’AIACC lo stigma compare nuovamente e le persone che chiedono aiuto per l’ansia da cambiamento climatico divengono ancora una volta oziosi da curare con il lavoro.
La società neoliberale produce solitudini. Siamo individui soli in lotta contro altri individui, in un hobbesiano homo homini lupus. È inevitabile dunque che ciò che supera le forze dell’individuo, come il cambiamento climatico, porti a un senso di impotenza e paura, al senso della fine del mondo imminente, percepito o negato. L’unico modo per costruire nuovamente un’idea di futuro è unirsi, fare rete, costruire alternative. Solo così l’apocalisse individuale potrà diventare un cambiamento collettivo.
Bibliografia:
Franco “Bifo” Berardi, Ilterzoinconscio. Lapsicosfera nell’era virale. Nottetempo, 2022 Helmut Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità. Einaudi, 2015 Enzo Traverso, La tirannide dell’io. Scrivere il passato in prima persona. Laterza, 2022
Non aspettiamo la fine del mondo, stanotte oltre la strada, dietro gli alberi il mare racconta le storie dell’infanzia della casa dalla grande terrazza dove io scrivevo, tu giocavi e i volti che ci guardavano ora compaiono nel buio di una stanza nel profondo del sonno e non sappiamo più se sono vivi o morti se il tempo è davvero passato se il racconto che facciamo di noi giorno dopo giorno non è che una storia come altre l’invenzione di un sogno più vivido o più duro a svanire.
Non aspettiamo la fine del mondo, stanotte l’aria della sera lambisce un crinale del tempo in cui i giorni si confondono e dietro i vetri al piano terra un adolescente racconta una libertà non vissuta, uno studente canta la solitudine di un mondo intravisto nella nebbia di emozioni soffuse nella distanza degli uomini.
L’albero nel giardino è sempre là è sempre là la musica nel grande parco vicino casa – suonano jazz, stanotte che il mondo non può finire – e l’Adriatico confonde l’estate con i colori di altre estati quando l’apocalisse era lontana e in un pomeriggio d’agosto una voce mi accompagnava oltre i pini, verso l’acqua – nuota sempre in orizzontale, diceva, allora che il mondo non doveva finire e morire era un gioco da non rischiare.
Eppure ripenso ai tuoi occhi, in questa sera in cui niente finisce, in cui il tempo è ogni tempo, in cui le ombre della notte hanno la concretezza dell’asfalto e i sogni infranti sono ancora interi gli amori non vissuti una possibilità da considerare in un futuro che non supererà l’alba. I tuoi occhi, mattino dopo mattino, hanno dato forma ai giorni, si sono fatti lasciare e riprendere mentre la nave salpava e approdava hanno raccontato una storia in cui il volto nello specchio pareva sorridere e a un certo punto forse era il mio.
Questa sera che il mondo non finisce questa sera che il tempo non ha patria mi incammino sulla strada tra le ombre e fuori da questa notte c’è solo il tuo sguardo fuori da questa inquieta sospensione dei giorni solo il nostro andare e venire il nostro trovarci alla fine di tutto sulle rive del mare. Lontano, nell’Adriatico che sciaborda le voci non hanno consistenza. Questa notte attendiamo la nascita del mondo seduti sulla spiaggia con le ombre di chi siamo stati di chi saremo di chi non saremo mai. Rimango qui con la certezza dei tuoi occhi e dello sguardo nello specchio che mi ha visto felice.
Sento che sta arrivando quel momento dell’anno, assolutamente ineluttabile, in cui mi fisso con i Genesis e ascolto per un mese uno dei loro dischi del primo periodo (per intenderci, fino all’uscita di Hackett e alla svolta pop); in passato hanno avuto molto successo, nella mia rotazione in loop, Selling England by the Pound e Nursery Crime, ma conto di riuscire a fissarmi anche su The lamb lies down on Broadway, che ancora non mi ha mai indotto all’ascolto compulsivo. E dire che una volta non mi piacevano, i Genesis. Non so cosa mi allontanasse da loro, forse l’elaborazione eccessiva di certi brani – preferivo le reti di rimandi interni dei Pink Floyd a certi pezzi di Peter Gabriel e compagni in cui tendevo a perdermi – forse semplicemente non era il momento, come spesso avviene per varie cose nella mia vita, libri, film, amicizie, relazioni. È come se per ogni cosa ci fosse un tempo giusto da attendere, in cui tutto assume un senso, come per la filosofia studiata al liceo e compresa dieci anni dopo, per i libri di Dostoevskij che iniziarono a risuonare in me verso i ventidue anni, quattro anni dopo l’estate in cui decisi di leggere i classici russi. E, a volte, passato quel tempo opportuno, risulta difficile recuperare ciò che allora risuonava, ritrovare in un diverso contesto ciò che aveva senso in un altro. Così, ad esempio, da anni non riesco più ad ascoltare il primo disco dei Doors, colonna sonora delle mie estati adolescenziali che cercavo di trasformare nell’inquieta esplorazione della Summer of Love californiana vista nei film, così come non ho più visto Giù la testa, che in adolescenza guardavo ogni settimana.
Se, come sostengono alcuni, l’identità è un racconto che facciamo a noi stessi in cui costantemente riorganizziamo i ricordi secondo un senso che cambia sempre lievemente, forse quell’identità non è fatta solo di parole, ma anche di suoni, di musica, che mutano insieme ai nostri cambiamenti di prospettiva, accompagnando ogni volta la nuova storia che raccontiamo.
È un pomeriggio caldo e l’estate, per me, è il luogo in cui il tempo evapora per portare frammenti contrastanti, immagini dell’infanzia, dell’adolescenza, sensazioni dei miei quindici e vent’anni. Al pianoforte, lascio cadere alcune note sparse, come i frammenti di senso che ancora non voglio organizzare. Poi, forse, ascolterò i Genesis.
La campagna scivola dietro i vetri, giorno dopo giorno. La primavera colorata dalla fitta grandine che sa di autunno porta con sé nuove strade e mi porta a riflettere sui cambiamenti fatti, su quanto l’inverno mi abbia condotto lontano da casa più di quanto fosse mai avvenuto finora, su quanto i rapporti rilevanti siano mutati e su quanto ora questo sembri quasi naturale. Sono passati tre mesi da quando sono partito. Ho lasciato la casa dell’infanzia, i volti e le ritualità che mi accompagnavano da quando ero bambino, i luoghi su cui si erano riflessi i passaggi dell’infanzia, dell’adolescenza, dell’età adulta. Ho iniziato qualcosa di nuovo, ho trovato nuove mura da chiamare casa e ora tornare nelle vecchie stanze ha un sapore diverso, come quando da bambino ogni estate tornavo a casa dei miei nonni ed era un luogo che era mio per qualche tempo e che poi tornava in una lontananza colmata solo dalle voci filtrate dai telefoni. E in effetti sto sognando spesso la casa di mio nonno, in questa primavera inquieta, quel luogo che era mio e al contempo non lo era, quel luogo che ora non esiste più se non nei ricordi vividi che emergono a sera, nel dormiveglia, insieme ai suoni della cucina nei giorni d’estate e alla luce che filtrava dalle persiane semiaperte. Ora stanno costruendo un residence, dentro quei luoghi dell’infanzia, e solo la memoria conserva la sensazione tenue di quei risvegli mattutini nel tempo in cui l’estate sospendeva lo scorrere dei giorni e c’erano solo mattine pigre da attraversare leggendo in riva al mare.
I passaggi mi danno l’impressione di perdere qualcosa – Paolini, in uno spettacolo sulla Thatcher, parlava dell’entropia e diceva che in ogni trasformazione qualcosa si perde e non si può più recuperare. È così che mi sento ora, qualcosa, nel varcare la soglia, si è smarrito e non lo troverò mai più se non, forse, nel ricordo e questo, quando ci penso, vela gli occhi di malinconia. Ma guardo quello che ho, quello che sto costruendo e mi dico che non esistono viaggi senza partenze, approdi senza rotte nel mare partite da porti lontani, e dunque anche quello che in prospettiva può condurre alla felicità nasce e porta con sé la saudade dei marinai portoghesi lontani da Lisbona, delle loro canzoni sull’oceano. In questa primavera colorata di grandine guardo l’orizzonte, abbraccio la mia compagna di viaggio. Nel silenzio degli sguardi, la nostalgia è lontana.
Quando Ulisse si volse forse vide l’aratro abbandonato sulla spiaggia Telemaco che giocava nei solchi riempiti dal mare. Guardò il suo bagaglio di tristezza le canzoni di Endrigo, Tenco in una notte di gennaio smarrita prima del silenzio i volti dei padri, dei fratelli che si infrangevano nel riflesso del sole nelle acque profonde e lasciò che la nave scivolasse oltre il velo dei confini noti della vita per raccontare altre storie a una Nausicaa di altri tempi in un altro luogo, sotto la luna d’estate.
Pensava che l’esistenza è costruita su passaggi impercettibili e solo dopo chi li guarda si accorge che quello era il punto di rottura la svolta del libro in cui cambia tutto il primo granello di sabbia a gettarsi in mare. Eppure, quella nave sulle acque lacerava il tessuto della sua vita con un rumore che era impossibile non udire e dunque assisteva il passato morente senza il conforto di non sapere la perdita di non avvertire i frammenti scivolare dalle dita i frammenti di volti dei giorni trascorsi.
Nella notte, in sogno la guerra era finita e sulla sabbia sbiadita non correva più il bambino di ieri le facce dei padri si erano incavate i loro sorrisi divenuti tristi “Dove sei stato? Ti abbiamo atteso sera dopo sera quando Agamennone tornava a casa a morire e Menelao incanutiva tra le bottiglie di birra per un amore perduto abbiamo dimenticato la tua voce, i tuoi occhi così come tu hai dimenticato i nostri e ora rivedendoci non sappiamo non sai qual era l’uso: ci abbracciavamo allora? Ci baciavamo? La vicinanza dell’intimità è nascosta nelle pieghe delle vecchie storie e non ricordiamo”.
Nella notte, in sogno l’uomo sul ponte pianse “un tempo – disse cambiavo maglietta prima di dormire e la notte inventavo storie senza sapere il volto dei miei trent’anni la nostalgia del nulla stanotte la radio suona Endrigo e l’inverno è ancora lungo sul mare sull’isola dove gli alberi della vallata al mattino si protendono ancora verso il cielo di febbraio. Forse verranno notti di primavera gli amanti si nasconderanno nelle ultime case del vento fuori pioverà e mentre dormiranno gli anni e la tristezza incontreranno i ricordi le lacrime di altri giorni nel silenzio di un cuscino e le poesie ripeteranno le stesse parole anno dopo anno gli stessi frammenti per quadri diversi lo stesso cielo nell’impermanenza del senso e dello sguardo che non sarà più il mio.”
Sul ponte, Palamede ascoltava le voci nel sonno e sapeva che Itaca perduta nel buio era l’illusione di Faust di dire all’attimo fermati, sei bello in un giorno di adolescenza in cui tutto è già vissuto e tutto è da vivere e i fogli di giornale sulla strada d’inverno non si impregnano di pioggia né gli angoli della bocca di tristezza. Sapeva che Itaca non esisteva se non per la partenza se non per il rimpianto di un passato mai vissuto e aprì le braccia per salutare il vento sulla nave, nella notte. Non dormì fino all’alba
– quando gli occhi si chiusero lo sciabordare delle onde dirette al Bosforo gli parve quasi in qualche modo casa.
Non conoscevo César Manrique. Il suo nome, letto per la prima volta sulla facciata dell’aeroporto di Arrecife, mi porta a chiedermi se si tratti di un eroe locale, come il Daskaloghiannis a cui è intitolato l’aerodromio di Chanià. La guida che ho comprato prima del viaggio mi informa che trattasi di un artista che ha molto lottato per preservare il territorio di Lanzarote dalla speculazione edilizia negli anni della scoperta turistica delle Canarie e mi illudo che il mio incontro con lui si concluderà lì. Ancora non so che mi troverò a inseguirne le tracce sulle strade polverose che costeggiano l’oceano, tra i paesini bianchi che salgono verso le montagne, nel nero del basalto. Quando lo ritrovo, due giorni più tardi, in una visita mattutina al Jardín de Cactus, è come se improvvisamente riuscissi a comprendere quello che avevo letto sui suoi tentativi di realizzare un’architettura che si armonizzasse con la natura e con le caratteristiche di Lanzarote. In quel giardino, sembra esserci tutta l’isola, con il bianco dell’intonaco del mulino che, in alto, guarda verso l’oceano, con il nero della pietra vulcanica che circonda l’opera, nei cactus che, pur provenendo da varie parti del mondo, ricordano quelli che si possono vedere in vari angoli dell’isola, a certe svolte di strada. La natura e le tradizioni costruttive di Lanzarote entrano nell’architettura del luogo senza sforzo, si fondono e alla fine sembra impossibile distinguere cosa, di ciò che vedo, dipenda dall’accurato lavoro di progettazione di Manrique e cosa invece dallo spontaneo crescere delle piante, dal loro strutturarsi in forme particolari e suggestive, dalla loro autonomia anarchica che dipende dalla ricerca del sole, dalla disponibilità di nutrienti nella terra rossa e da chissà cos’altro. Il confine tra l’umano e il naturale non è nettamente segnato, a differenza di altre opere costruite in dialogo con l’ambiente circostante come la casa sulla cascata di Wright; qui chi osserva a tratti si dimentica della mano dell’architetto che ha consentito di ammirare tutto questo e rimane a guardare l’intrecciarsi delle sagome dei cactus, a ricercarne i fiori, a contemplarne la grandezza.
Rimango folgorato – sarà che quest’anno, occupandomi di emozioni ambientali, ho affrontato molto spesso la sparizione della natura dalle città contemporanee e la necessità di trovare un equilibrio tra uomo e natura, sarà che ieri, con la mia compagna di viaggio, davanti alla playa de Papagayo, parlavamo della pace che dà immergersi nei paesaggi non antropizzati, nella serenità che emerge dal tornare entro un panorama di terra, roccia, alberi e vento, abbandonando gli sbarramenti anonimi di cemento che popolano la quotidianità cittadina. Decido dunque, seguendo la strada del nord che attraversa Arrieta, di cercare altre tracce del passaggio di Manrique sull’isola, di osservare altri tentativi di mescolare la natura alla presenza umana senza farle scontrare, senza far prevalere l’uomo sui luoghi che lo accolgono.
L’interno della grotta dei Jameos del Agua
La strada del nord, dopo una sosta ad Arrieta, mi conduce ai Jameos del Agua. Qui, tutto sembra costruito per valorizzare un altro elemento locale, quelle grotte vulcaniche che poco dopo, poco distante da qui, vedrò alla Cueva de los Verdes. Entrando, la luce piano piano si attenua mentre le piante presenti sui terrazzamenti scavati nel costone di roccia scosceso che bisogna percorrere per accedere alla grotta ricordano certi templi e piramidi asiatici o americani ricoperti dalla vegetazione, da me visti soltanto nei film d’azione o di avventura. Per un attimo mi sembra di essere in una pellicola di Indiana Jones, poi, avvicinandomi allo specchio d’acqua contenuto nella cavità vulcanica celata in fondo alla discesa, trovo più interessante approfondire l’esistenza dei piccoli granchi bianchi che, da quello che leggo, sono tipici di questo luogo. Sono albini e ciechi, scrive la guida; le loro dimensioni sono così ridotte che sulle prime li scambio per semplici macchie bianche sulle rocce immerse nell’acqua e solo ad un’analisi più approfondita mi accorgo dei loro movimenti. Uscendo dalla grotta, si apre davanti agli occhi un luogo che sembra voler riassumere, dopo lo spazio dato alla natura, quello che l’uomo ha costruito a Lanzarote e dunque l’intonaco bianco predomina, le scale che salgono conducono a case sormontate da tetti piani o da ampie terrazze come quelle visibili in varie parti dell’isola, mentre quelle che scendono portano a un bar bianchissimo con le sedute in pietra lavica e a un auditorium che sprofonda nella roccia basaltica. Anche nel luogo che maggiormente sembra rappresentare la tradizione costruttiva del luogo, comunque, gli elementi naturali non vengono dimenticati e la palma e lo specchio d’acqua al centro dell’ampio spiazzo da cui si dipartono le scale sembrano richiamare quanto visto entrando nella grotta e attraversandola: il lago naturale, i terrazzamenti pieni di piante. Tutto ha il calore di un villaggio oceanico nel tardo pomeriggio, il bianco fornisce al luogo una solarità che raramente ho trovato altrove.
La parte esterna dei Jameos del Agua
Rientrando verso casa, a sera, mi fermo alla Fondazione César Manrique, che poi è la casa, nei pressi di Arrecife, in cui l’artista visse per molti anni e che ora contiene alcuni suoi quadri e opere, oltre a varie foto e documenti sulla sua vita. Fuori, una scultura si muove seguendo il forte vento dell’isola; Manrique ne ha costruite varie, collocate in molte zone di Lanzarote, la loro configurazione e il modo in cui appaiono al viaggiatore vengono modellati dall’intensità e dalla direzione del vento e dunque, ancora, come al Jardín de Cactus, l’artista lascia la natura libera di apportare dei cambiamenti alla propria opera seguendo le proprie imprevedibili regole. I documenti e le foto presenti nella Fondazione mostrano un luogo per certi versi simile a una comune, in cui le persone si fermavano per tempi più o meno lunghi e in cui ci si sforzava di evidenziare una differenza rispetto allo scorrere dell’esistenza al di fuori di quelle mura protette dalla notorietà dell’artista. Ascoltando le interviste proiettate alle pareti, in cui chi frequentava questo luogo ne sottolineava la libertà, associata al rischio di potersi trovare da un momento all’altro vestiti con un indumento stravagante creato da Manrique, e guardando le date sulle pagine dei giornali appesi alle pareti, mi viene da pensare che in fondo tale bisogno di anarchia privata fosse necessario, in un periodo in cui il grigiore oppressivo degli ultimi anni di Franco trascolorava in una transizione dove la democrazia era ancora un’istituzione fragile, come evidenziò nel 1981 il tentativo di golpe di Tejero. Eppure, questa dimensione di libertà individuale non era priva di contatti con l’esterno, a differenza di quanto sarebbe avvenuto poi per molti negli anni Ottanta, in cui all’edonismo corrispose un sostanziale disinteresse per le questioni politiche e relative alla comunità; infatti, quello che si può osservare nelle stanze della fondazione è una applicazione del motto surrealista coniato da Breton trasformare il mondo, cambiare la vita, ossia unire alla ricerca della liberazione dei desideri individuali la lotta collettiva per la trasformazione dell’esistente. E di quest’ultimo aspetto si trova traccia ovunque, qui, dove ogni segmento del percorso espositivo ricorda l’impegno di Manrique in favore di una conservazione delle specificità dell’isola: ci sono interviste contro la speculazione edilizia a Lanzarote, ci sono appelli per preservare la natura e le caratteristiche del luogo, ci sono le modalità costruttive stesse di questa casa, le finestre sotto le quali sono presenti le stesse rocce che possono essere osservate all’esterno, le stanze realizzate intorno a piante che si innalzano fino a fuoriuscire da aperture sul soffitto, il bianco dell’intonaco esterno e il nero del basalto all’interno, come a voler ribadire a un mondo ormai lanciato verso la cementificazione anonima una strada per un’architettura immersa nella natura e nelle tradizioni locali. Il senso di serenità che si respira nelle strutture che Manrique ha realizzato, la meraviglia che ne emerge, sicuramente lasciano delle tracce emotive, che fanno comprendere ancor più delle valutazioni razionali il valore e il significato delle sue posizioni. Ed è forse per questo, per questi momenti di immersione in questi luoghi sospesi tra la mano dell’uomo e le stratificazioni del terreno e delle piante di Lanzarote, che so, tornando in albergo, che porterò con me a lungo il ricordo di questo piccolo tentativo di rivolta perso al largo dell’oceano.
Un dettaglio dalla Fondazione ManriqueAltre immagini della Fondazione Manrique
Parco nazionale di Timanfaya e Cueva de los Verdes, 9-10 gennaio 2023
Il parco nazionale di Timanfaya
Vicino al vulcano, la terra ribolle. Quando arrivi nel parco nazionale di Timanfaya, ti mettono in mano dei sassolini caldi per farti avvertire la temperatura elevata del suolo, quindi ti fanno salire su un autobus che si inerpica per un paesaggio lavico privo di vita, in cui solo alcuni ciuffi d’erba riescono a emergere dalla distesa di roccia lasciata dall’eruzione del Settecento. I crateri e la terra scura mi fanno venire in mente certe ricostruzioni di Marte viste nei documentari; solo l’oceano, intravisto in lontananza oltre la distesa di lava rappresa, crea un contatto tra il paesaggio quasi extraterrestre che mi circonda e il ricordo della quotidianità di un’esistenza forse non molto diversa dalla mia, quella degli abitanti dell’isola che vivevano qui e che si trovarono a dover fuggire quando, prima delle eruzioni, la terra iniziò a tremare. Mi chiedo come debba essere vivere sotto un vulcano, se porti con sé un senso di precarietà oppure se alla fine con il tempo te ne scordi, quasi non percepisci più il rischio che la terra possa esplodere liberando acqua bollente e lava e i crateri divengono un elemento del paesaggio, niente più che un dettaglio alle spalle del mare.
Eppure, da trecento anni nessun animale vive più qui – troppa, dice la guida, l’escursione termica tra il giorno e la notte – non i dromedari con cui vengono intrattenuti i turisti nei pressi dell’ingresso del parco nazionale, non certo l’uomo, che sembra accedere a queste aree come uno spettatore timoroso di una natura che, qui più che altrove, sembra affermare la sua forza. Non a caso mi torna in mente Leopardi. Cerco disperatamente un legame tra ciò che vedo e le parole della Ginestra, cerco traccia del fiore che profuma i deserti, che sfida la possibilità di essere spazzato via dal vulcano in pochi secondi per portare qualcosa a chi passa, come la poesia che riesce ad addolcire le asperità della vita. Tuttavia, la vegetazione qui è costituita da rare chiazze di muschio, da ancor più isolate zone erbose e di fiori non ce n’è traccia. Dunque, il riferimento che percepisco è piuttosto al Dialogo della natura e di un islandese, alla drammatica indifferenza della Natura che può distruggere la vita (e addirittura l’umanità) senza accorgersene, semplicemente perché così accade nel concatenarsi degli eventi. E in effetti il racconto di quest’isola sembra essere scandito più dal meccanicistico ripetersi dei processi naturali che dal passaggio dell’uomo.
Me ne accorgo anche il giorno successivo quando, alla Cueva de los Verdes, lontano dal Timanfaya, a nord dell’isola, mi spiegano come la lava proveniente dal Monte Corona durante un’eruzione di 25.000 anni fa si sia solidificata solo in superficie nel suo scorrere verso il mare, creando in profondità quella lunga grotta, colorata prevalentemente del nero del basalto, in cui mi trovo. Ancora una volta, il tempo è cadenzato dallo scorrere lento degli eventi naturali, in epoche che appaiono lontanissime per la breve storia dell’umanità e quasi mi sento fuori posto, in questi luoghi in cui niente sembra raccontare qualcosa che sia alla mia dimensione, niente parla di vite e di storie, solo stratificazioni di ferro e di calcio, protrusioni stalattitiformi costituite dalla lava nel suo gocciolare, volte enormi che mi accolgono senza che nessuno le abbia pensate a tale scopo, che sono solo l’esito casuale di processi naturali avvenuti millenni fa. Il senso di spaesamento, il senso di essere ospite in un luogo totalmente altro rispetto alla storia e ai tempi dell’umanità, alla mia storia e ai miei tempi, dura poco, poi la guida inizia a parlare delle popolazioni locali che si rifugiavano qui per sfuggire ai pirati che funestavano le coste canarie e degli ebrei che vi si nascondevano per sfuggire alle persecuzioni, mostra un teatro scavato nella roccia perché, dice, il basalto assorbe il suono e dà un’acustica perfetta, mostra una curiosa illusione ottica creata da un artista locale ponendo uno specchio d’acqua in un’area della grotta e tutto cambia. Inizio a vedere come le vicende dell’uomo si intreccino con i luoghi in cui avvengono e come, in realtà, siano inscindibili da essi. La natura crea o comunque modella la storia di ciò che avviene intorno ad essa e così queste isole vulcaniche perse a largo della costa marocchina sono diventate un luogo di esuli che qui attendevano di partire per il Nuovo Mondo, così queste grotte nate dallo scorrere del magma sono diventate il porto sicuro in cui rifugiarsi quando il mare portava pericoli, così la pietra lavica gettata dalle ripetute eruzioni dei vulcani è stata usata per la costruzione degli edifici e per la delimitazione dei giardini. Le caratteristiche dei luoghi guidano le storie degli uomini, il loro vagare, attraggono chi ha vissuto determinate vicende e non altre e così facendo costruiscono comunità che a loro volta cercheranno di raccontarsi facendo i conti con ciò che le circonda. Dunque, improvvisamente mi rendo conto che il lavoro che è stato fatto, qui a Lanzarote, per conservare i paesaggi naturali e le specificità dell’isola, ha preservato anche la storia di questi spazi, salvandola dall’anonimato delle distese di strutture turistiche uguali a quelle presenti ovunque. In queste pietre, in quello che rimane del “fuoco incandescente del vulcano”, come cantava Battiato, nei racconti delle fughe nelle grotte per sfuggire ai pirati, si può ancora leggere il passaggio degli uomini, dal sacerdote spaventato che nel Settecento raccontò nei suoi diari l’eruzione del Timanfaya, agli anonimi visitatori che chiamarono Manto de la virgen una formazione lavica nelle Montañas del Fuego. Quando esco dalla Cueva de los Verdes, in lontananza si vede l’oceano. Ero abituato ad ascoltare le storie del mare, questi giorni a Lanzarote mi hanno insegnato che anche le terre vulcaniche possono raccontare molto.